mercoledì 29 giugno 2011

Da un paese all’altro tutto il mondo dell’arte nei Giardini



Ripercorriamoli ora I Giardini con le mie sensazioni, a cui spero di registrare le vostre.

Nelle belle giornate dei primi di Giugno l’atmosfera era particolarmente piacevole e stuzzicante.

Il Padiglione Spagnolo con l’articolato progetto-evento di Dora Garcia suscita interesse anche se il tutto risulta difficile da capire e richiede come altri un tempo che in realtà sfugge, ma soprattutto domande sul fatto che gli artisti non sono sociologi o presunti docenti di populismo.

Accanto il Belgio con Angel Vergara e la curatela di un altro artista, Luc Tuymans, mi delude un poco l’idea del progetto si consuma su una serie di opere che sono presentate da un video che rende tutto molto scolastico.

Segue l’Olanda con una particolare collettiva composta da EventArchitectuur (Herman Verkerk e Paul Kuipers), Yannis Kyriakides, Maureen Mooren, Joke Robaard, Johannes Schwartz e Barbara Visser che producono uno spazio articolato che sa più di architettura che di arte, anche qui tante parole per poca fisicità.

In fronte il Padiglione della Finlandia, progettato da Alvar Aalto nel 1956, con Vesa-Pekka Rannikko che propone una stratificazione elegante di video.

L’Ungheria con l’opera “Crash” dell’artista Hajnal Németh mi piace, il mix di media e di forma è legato da un tema doloroso ma ben gestito.

Attraversando il canale si giunge al Padiglione del Brasile su cui Artur Barrio interviene in modo articolato ma troppo residuale.

Forse quello che più mi ha soddisfatto il Padiglione dell’Austria, con i lavori di Markus Schinwald curioso e ben strutturato labirinto di forme e idee.

La Serbia con “Light and darkness of the symbols” di Todosijevic Dragoljub Raša e troppo statica e cupa.

L’Egitto con Ahmed Basiony è forse il momento più realista e forte di tutti i paesi partecipanti, vita vera che purtroppo si racconta nel dolore della scomparsa.

La Polonia con il richiestissimo Yael Bartana e il suo progetto “… and Europe will be stunned” non mi soddisfa particolarmente, ovvio e fintamente enfatico.

Il Padiglione della Romania con Performing History di Ion Grigorescu, Anetta Mona Chisa, Lucia Tkacova risulta dopo quello polacco ancor più banale.

Problema code ...

Qui spesso per poter accedere si doveva fare coda, situazione che si ripeteva anche per il padiglioni Usa, Inghilterra, Giappone e a volte per quello della Germania.

Questo un annoso capitolo che prima o poi si spera di affrontare in modo intelligente.

Non si può pensare di far visitare un evento con code che durano anche oltre l’ora.

Forse sarebbe più sensato ampliare i giorni della vernice, da tre ad almeno a quattro, visto che gli eventi sono più che raddoppiati, come anche gli accrediti. Si parla di oltre 6.000 ingressi al giorno nei giorni di vernissage.

Tanto più se come si è vociferato i collezionisti per poter entrare hanno pagato quote singole di 200 euro.

Sul Padiglione Venezia con le barche di Fabrizio Plessi si conferma che il nostro paese parla sempre delle stesse vecchie trite cose, senza dare spazio al futuro. Questo artista da anni presente in qualche modo alla Biennale propone opere sempre uguali, belle ma pur sempre noiose.

Il Padiglione Greco con l’intervento minimalista di una piscina ideata da Diohandi è troppo assente.

Tornando nell’area principale si trova il Padiglione d’Israele con i lavori di Sigalit Landau, che sono presentati in modo confuso. Va un poco meglio al Padiglione Usa col duo Jennifer Allora e Guillermo Calzadilla che progettano una serie di opere legate dal tema della gloria, ma sicuramente già il bancomat/organo ha avuto successo e per un ipotizzato 1,000,000 di euro pare già aver trovato un acquirente.

Uruguay con gli artisti Alejandro Cesarco, Magela Ferrero, ennesimo caso di eccessiva rarefazione dell’opere.

Repubblica Ceca e dalla Slovenia che offre l’intervento di Dominik Lang che non mi piace per nulla, in quanto molto brutto e poco interessante, come il Padiglione dell’Australia con una rarefazione al limite del banale di Hany Armanious, molto più carina la sua borsa.

Nel Padiglione francese è ospitato Christian Boltanski che presenta un articolato progetto dal titolo “Chance” che tratta di destino e vita, ma forse con questi troppo pesanti e poco lirici.

L’Inghilterra enfatizza un mediocre lavoro di Mike Nelson con un intervento troppo simile a quello di Gregor Schneider per la Germania del 2001 con cui vinse il Leone d’oro.

Dignitoso il Padiglione del Canada con Steven Shearer. Articolato ma troppo statico il Padiglione della Germania con un ricordo a Christoph Schlingensief,

Meglio quello del Giappone con le animazioni video di Tabaimo in uno spazio per studiato. Un poco confuso ma interessante il Padiglione della Corea che sparge opere di Lee Yongbaek. Potenziale non ben competato per il Padiglione della Russia con l’evento “Empty Zones” Andrei Monastyrski e the ‘Collective Actions’ Group (Nikita Alexeev, Elena Elagina, Georgy Kizevalter, Igor Makarevich, Andrei Monastyrski, Nikolai Panitkov, Sergei Romashko, Sabine Hänsgen). Frammentato ma sufficiente il Padiglione del Venezuela, Francisco Bassim, Clemencia Labin, Yoshi. Ovviamente confuso e stratificato

Padiglione della Svizzera che ha proposto l’estetica critica di un Thomas Hirschhorn sempre più attuale.

Il grande Padiglione della Svezia con Fia Backström e Andreas Eriksson risulta troppo vuoto.

Nel Padiglione della Danimarca una grande varietà di espressioni alquanto ironiche con gli artisti Agency, Ayreen Anastas e Rene Gabri, Robert Crumb, Zhang Dali, Stelios Faitakis, FOS, Sharon Hayes, Han Hoogerbrugge, Mikhail Karikis, Thomas Kilpper, Runo Lagomarsino, Tala Madani, Wendelien van Oldenborgh, Lilibeth Cuenca Rasmussen, Taryn Simon, Jan Švankmajer, Johannes af Tavasheden, Tilman Wendland.

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