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venerdì 10 aprile 2026

Etnia House of Arts

 


Apre al pubblico il prossimo 9 maggio 2026 a Venezia Etnia House of Arts, nuova piattaforma dedicata alla creazione contemporanea promossa da Etnia Eyewear Culture.

 Il progetto prende forma negli spazi dell’ex Chiesa dell’Abbazia della Misericordia, nel sestiere di Cannaregio, restituita alla città al termine di un articolato intervento di restauro e oggi riconfigurata come luogo di produzione, incontro e sperimentazione artistica.

Edificata a partire dal X secolo e caratterizzata da una struttura architettonica essenziale e stratificata, la Misericordia conserva tracce di epoche e funzioni diverse — da spazio religioso a luogo assistenziale, fino agli usi più recenti — configurandosi come un organismo complesso, sospeso tra permanenza e trasformazione. È proprio questa natura a renderla oggi il contesto ideale per una nuova progettualità contemporanea.

 

Nasce così Etnia House of Arts, piattaforma dedicata alla creatività del nostro tempo, al dialogo interdisciplinare e alla costruzione di una comunità temporanea di pratiche e visioni.

Dice David Pellicer, CEO and Owner di Etnia Barcelona: «Negli anni abbiamo lavorato molto con gli artisti, sino ad avvertire la necessità di creare uno spazio in cui questo dialogo potesse diventare continuo, non episodico. La Misericordia ci è sembrata il luogo giusto per farlo: uno scrigno quasi caleidoscopico dove attivare qualcosa che era già comunque presente. Etnia House of Arts nasce da questa idea: costruire un contesto in cui la visione non sia solo rappresentata ma messa in scena, attivando relazioni sorprendenti».

  

Promosso da Etnia Eyewear Culture — espressione più ampia della ricerca culturale di Etnia Barcelona — il progetto non si limita a riattivare uno spazio storico ma ne ridefinisce la funzione: la Chiesa della Misericordia diventa Etnia House of Arts un ambiente vivo, attraversabile, in cui l’arte non è soltanto esposta, ma prodotta, raccontata e resa visibile nel suo farsi.

 

Nel corso della stagione, il programma si articola in mostre, interventi site-specific, performance e appuntamenti diversi, alcuni prodotti autonomamente, altri realizzati in collaborazione con protagonisti della produzione culturale e artistica. La programmazione è studiata con l’obiettivo di configurare uno spazio in cui la temporalità del lavoro artistico si sovrappone a quella dell’esperienza pubblica. Non una sequenza di appuntamenti, ma un dispositivo continuo, aperto.

 

In questo quadro si colloca anzitutto il programma di residenze internazionali, che costituisce uno dei nuclei centrali del progetto. Gli artisti invitati sono chiamati a lavorare a partire da un elemento volutamente anomalo — l’occhiale — assunto non come oggetto funzionale, ma come superficie di traduzione, supporto minimo attraverso cui interrogare il rapporto tra visione, identità e rappresentazione.

Il processo creativo si sviluppa in relazione diretta con lo spazio della Misericordia, con la città di Venezia e con la presenza dei visitatori, che entrano in contatto non soltanto con l’opera compiuta, ma con le sue fasi di costruzione, creando un legame con l’artista. In questo senso, ogni visita si configura come esperienza situata, irripetibile.

 

In occasione dell’apertura la collaborazione con Skira darà vita a un calendario di appuntamenti e incontri con artisti e protagonisti della scena culturale, contribuendo ad ampliare il programma pubblico e a rafforzare il dialogo tra pratiche, visioni e comunità.

  

L’intervento architettonico realizzato nella Chiesa della Misericordia mantiene e valorizza le stratificazioni storiche dell’edificio, traducendo una lettura puramente conservativa attraverso l’attivazione di un dialogo tra patrimonio storico e uso contemporaneo. Il restauro è stato concepito come un processo di conoscenza e ascolto, in un confronto diretto con le specificità dell’edificio per testimoniare le intenzioni costruttive, le tecniche e le visioni che nei secoli ne hanno determinato la forma.

 

Le indagini hanno rivelato una storia più complessa del previsto, riportando alla luce elementi di grande valore — dalla copertura lignea trecentesca alle tracce decorative e a una rara finestra gotica — restituendo l’immagine di un organismo in continua trasformazione. In questa prospettiva, il progetto ha scelto di preservare e mettere in relazione le diverse stratificazioni, inclusa quella ottocentesca, come parte integrante dell’identità dell’edificio.

Un restauro articolato che restituisce allo spazio una funzione pubblica, non celebrativa ma generativa.

 

Etnia House of Arts è un progetto che si inserisce in una linea di ricerca che supera il modello espositivo tradizionale per orientarsi verso forme ibride: residenza, laboratorio, piattaforma culturale. Un luogo in cui produzione e fruizione coincidono, e in cui il pubblico non è spettatore passivo, ma parte di un sistema di relazioni.

 

In una città in cui l’arte è spesso custodita come memoria, la Misericordia torna a essere un luogo di presente.

giovedì 9 aprile 2026

Padiglione Turchia

Nilbar Güreş, Nilbar Güreş, 2025, matita e rossetto su carta


 l Padiglione Turchia alla 61. Mostra Internazionale d'Arte – La Biennale di Venezia presenta Un Bacio sugli Occhi di Nilbar Güreş, nota per il suo confronto poetico, critico e arguto, attraverso una vasta gamma di media, con i simboli culturali, le disuguaglianze sociali e le questioni identitarie.

Curata da Başak Doğa Temür, l’esposizione riunisce opere esistenti e nuove produzioni che spaziano tra scultura, installazione, pittura e opere a tecnica mista su carta e tessuto. Un Bacio sugli Occhi prende spunto dall'espressione turca Gözlerinizden öperim, una formula di commiato comunemente usata alla fine di una lettera.

L’esposizione del Padiglione Turchia è coordinata da Istanbul Foundation for Culture and Arts (İKSV) con il contributo del Ministero della Cultura e del Turismo, sotto gli auspici del Ministero degli Affari Esteri della Repubblica di Turchia, co-sponsorizzata da Trendyol Art e sostenuta dalla compagnia aerea partner Turkish Airlines, con il supporto alla produzione di SAHA Association. La Fondazione Vehbi Koç fornisce inoltre supporto editoriale per la preparazione del catalogo della mostra.






Nel suo testo in catalogo, la curatrice Başak Doğa Temür introduce così la mostra:

“L’esposizione si articola attraverso relazioni spaziali piuttosto che seguire una narrazione lineare. Le opere rimangono vicine al suolo, si appoggiano, pendono o galleggiano nell’aria. Invece di guidare lo spettatore da un'opera all'altra, l’esposizione lo invita a rallentare e a prendere consapevolezza della propria posizione corporea in relazione allo spazio e agli altri. Muoversi attraverso la mostra diventa una negoziazione tra distanza e prossimità, vulnerabilità e resistenza. 

Nilbar Güreş lavora con una vasta gamma di media, attingendo dall'esperienza vissuta per affrontare, attraverso le sue opere, questioni legate al genere, alla migrazione e all'appartenenza. La sua pratica si focalizza su situazioni modellate da spostamenti forzati, razzismo, xenofobia e discriminazione basata sulla religione e sul credo, e su come queste condizioni influenzino la vita quotidiana, i corpi e le relazioni. Materiali quali tessuto, capi di abbigliamento, oggetti domestici e forme organiche rivestono un ruolo centrale nel suo lavoro. Questi materiali sono portatori di storie personali e collettive e vengono modificati attraverso gesti di cura, umorismo e resistenza. L'intimità e la tensione politica coesistono, consentendo alla vulnerabilità di manifestarsi senza connotazioni di passività”.


Il testo curatoriale di Başak Doğa Temür è disponibile su turkiyepavilion26.iksv.org.

mercoledì 8 aprile 2026

Fermata: Hong Kong in Venice



Fermata: Hong Kong in Venice

Evento Collaterale della 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia


L’Hong Kong Museum of Art (HKMoA) collabora per la prima volta con l’Hong Kong Arts Development Council (HKADC) per partecipare come Evento Collaterale della 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia che si svolgerà a Venezia (Italia) da maggio a novembre 2026. L’HKMoA e l’HKADC presenteranno congiuntamente opere selezionate di due artisti di Hong Kong, Kingsley Ng e Angel Hui, con l’obiettivo di far conoscere a livello internazionale l’eterogeneità artistica di Hong Kong.


Curata dall’HKMoA, l’ Evento Collaterale Fermata: Hong Kong in Venice esplora i ritmi poetici della vita di tutti i giorni dialogando con il tema scelto da Koyo Kouoh per la 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia: “In Minor Keys”. Attingendo a momenti familiari ma fugaci della vita quotidiana di Hong Kong, la mostra guida i visitatori in un viaggio di scoperta di sé all’interno del flusso della vita.


Nati e cresciuti a Hong Kong, i due artisti spiccano per la loro capacità di trarre ispirazione dal contesto culturale e dalle esperienze quotidiane di Hong Kong, reinterpretando i ritmi e l’estetica della vita quotidiana attraverso vari mezzi come la luce, il suono e l’installazione. Ng, media artist affermato, è noto per le sue installazioni poetiche site-specific che ampliano le percezioni della vita dello spettatore. Le sue opere sono state ampiamente esposte in mostre importanti a livello locale e internazionale. Hui, promettente artista emergente, è abile nell’integrare elementi culturali tradizionali cinesi e linguaggio artistico contemporaneo, ricreando oggetti di uso quotidiano per evocare possibilità artistiche interculturali. Insieme, nelle vesti di acuti osservatori delle sfumature della vita quotidiana urbana, i due artisti stanno trasformando le proprie riflessioni in ispirazioni creative per collegare Hong Kong e Venezia da varie prospettive, dimostrando così al pubblico internazionale la vitalità e il valore dell’arte di Hong Kong.


Nata nel 1895, l’Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia è la più antica mostra internazionale di arti visive contemporanee al mondo. In ogni edizione, circa 100 Paesi e regioni animano i Padiglioni Nazionali e gli Eventi Collaterali. Dal 2001, l’HKADC partecipa all’Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia attraverso un evento collaterale, con l’obiettivo di promuovere lo sviluppo artistico di Hong Kong e gli scambi culturali su piattaforme artistiche internazionali.


Per favorire una più ampia partecipazione da parte dei professionisti del mondo dell’arte e per offrire agli artisti di Hong Kong opportunità di carriera a livello internazionale, la selezione degli artisti partecipanti alla mostra si è basata su un percorso di candidatura e valutazione. Su richiesta dell’HKMoA, le candidature sono arrivate da istituzioni accademiche e organizzazioni artistiche professionali. Negli ultimi anni sono stati inclusi anche artisti o collettivi di artisti direttamente richiesti dai musei e dagli uffici del Dipartimento per il Tempo libero e i Servizi culturali (Leisure and Cultural Services Department, LCSD). L’elenco delle candidature conteneva oltre 200 artisti. Un panel di selezione professionale ha poi stilato una lista ristretta di artisti da sottoporre all’esame finale dell’HKMoA, che ha selezionato Ng e Hui.


Il team curatoriale dell’HKMoA è profondamente onorato di curare l’Evento Collaterale Fermata: Hong Kong in Venice. Fondato nel 1962, l’HKMoA è il primo museo d’arte pubblico della città. Da oltre 60 anni si impegna a collezionare e promuovere l’arte di Hong Kong, nonché a sostenere forti relazioni collaborative all’interno del settore. Ha costruito un’ampia rete e una vasta esperienza, favorendo la crescita degli artisti locali e concretizzando attivamente la propria identità come “il museo d’arte di Hong Kong”. L’HKMoA ha espresso la speranza che, grazie ai due artisti selezionati, l’arte di Hong Kong sia portata sotto i riflettori della scena internazionale.


I membri del panel di selezione sono: Professor Johnson Chang, professore ospite alla Scuola di Arte intermediale della China Academy of Arts; Dott. William Lim, consulente museale esperto dell’LCSD; Sig. Fumio Nanjo, consulente senior del Mori Art Museum (Giappone); Professor Douglas So, presidente del comitato consultivo museale dell’LCSD; Professor Wang Huangsheng, professore alla Central Academy of Fine Arts; Dott.ssa Maria Mok, direttrice dell’HKMoA; Sig.ra Prudence Ma, curatrice dell’HKMoA (arte moderna e arte di Hong Kong).


L’Evento Collaterale Fermata: Hong Kong in Venice alla 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia è presentato da LCSD e HKADC e organizzata da HKMoA e HKADC. Si svolgerà dal 9 maggio al 22 novembre 2026 a Venezia (Campo della Tana, Castello 2126, 30122), in Italia.


Kingsley Ng (b.1980, Hong Kong)

Kingsley Ng ha completato la sua formazione post-laurea e si è laureato con il massimo dei voti presso Le Fresnoy–Studio Nazionale d’Arte Contemporanea in Francia. Attualmente è professore associato presso la Academy of Visual Arts della School of Creative Arts della Hong Kong Baptist University. Ng è un artista dei media, con un focus su progetti concettuali e site-specific. Grazie alla creazione di esperienze contemplative e meditative tramite installazioni immersive, rivela l’invisibile e porta alla luce temi sociali, stimolando un più ampio coinvolgimento del pubblico. 


Ha ricevuto numerosi premi artistici, tra cui l’Hong Kong Arts Development Awards – Best Artist in Media Arts (2013) e l’Asia Cultural Council Grant (2013). Le sue opere sono state ampiamente esposte sia a livello locale che internazionale. Tra le principali mostre personali e collettive a cui ha partecipato figurano “Listening to the Sound of the Earth Spinning” al CHAT (Centre for Heritage, Arts and Textile) di Hong Kong (2024), il Centre Pompidou di Parigi (2023), l’Echigo-Tsumari Art Triennale in Giappone (2018, 2009) e l’OzAsia Festival, in Australia (2016), ma anche “Digital Life 2014 – PLAY” al MACRO di Roma (2014). 


Angel Hui (b. 1990, Hong Kong)

Angel Hui ha conseguito una laurea triennale in Arti visive presso la Hong Kong Baptist University nel 2014 e un master in Arte sperimentale presso la Central Academy of Fine Arts di Pechino nel 2017. Abile nella pittura a inchiostro gongbi, Hui realizza spesso opere permeate sia dalla cultura tradizionale cinese che dall’espressione artistica contemporanea. Ella è affascinata dagli oggetti quotidiani e spesso scopre un nuovo significato in essi trasformando le forme d’arte tradizionali e appropriandosi di materiali comuni per integrarli nelle sue opere. 


Dopo la laurea, Hui ha ricevuto numerosi riconoscimenti artistici, tra cui il premio Société Générale “Call for Artists” (2022) e l’Excellence Award, Art Next Expo International Artist Award (2019); è stata inoltre finalista al Sovereign Asian Art Prize 2025. Le sue opere sono state ampiamente esposte a Hong Kong, Macao, Shanghai, Singapore, Seul, Miami, Abu Dhabi, Rio de Janeiro e San Paolo. Nel 2016 Lane Crawford le ha commissionato una mostra itinerante del suo progetto di installazione e nel 2019 è stata invitata a Pechino dall’Ufficio del Governo della Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong a esporre al Rosewood.


La FSRR sull'isola di San Giacomo a Venezia

 


Il 7 maggio 2026, in occasione dell’inaugurazione della sua terza sede, sull’Isola di San Giacomo a Venezia, la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo presenta un ampio programma espositivo che intreccia mostre, performance e installazioni site-specific, con progetti appositamente concepiti per il nuovo spazio nella laguna che coinvolgono artisti internazionali.  

Il programma comprende le inaugurazioni di:
Fanfare/Lament, mostra personale dell’artista Matt Copson, a cura di Hans Ulrich Obrist. Il progetto unisce esposizione e performance, con musiche composte da Oliver Leith.

Don’t have hope, be hope!, con una selezione di opere della Collezione Sandretto Re Rebaudengo.

Isola di San Giacomo 2022–2026, a story in images, una serie di fotografie scelte dai progetti di Giovanna Silva e di Antonio Fortugno, invitati nel 2022 a documentare il processo di trasformazione dell’isola e il restauro delle architetture preesistenti.

Il percorso espositivo si estende agli spazi esterni con una serie di installazioni diffuse: GONOGO di Goshka Macuga; Old Tree (Pink Seas) di Pamela Rosenkranz; Patriarchy = CO₂ di Claire Fontaine; Nixe di Thomas Schütte; Huff and a Puff di Hugh Hayden; Imagine Alighiero Boetti Came to São Paulo and After Putting Water on His Head Left the Hose and Left di Mario García Torres.

Con la nuova sede di Venezia, la Fondazione rafforza il proprio impegno nella promozione dell’arte contemporanea e dà vita a un luogo di produzione, di ricerca e sperimentazione, aperto al dialogo tra gli artisti. Completamente auto-sostenibile, l’Isola di San Giacomo sarà anche un laboratorio  di riflessione ecologica.


Modalità di partecipazione:

Il 7 maggio, per consentire l’accesso all’isola, la Fondazione mette a disposizione un servizio di trasporto dedicato.

Per partecipare è necessario inviare una richiesta all’indirizzo email info@fsrr.org, specificando nome, cognome, numero di cellulare e indirizzo mail. In caso di prenotazione per più persone, indicare i dati di ciascun partecipante (anche mail e cellulare).

I posti sono limitati e disponibili fino a esaurimento.
La partenza è prevista alle ore 14:00 dai Giardini (la posizione precisa verrà comunicata successivamente agli iscritti). Il rientro dall’isola in direzione Giardini è previsto per le ore 16:00.

martedì 7 aprile 2026

Diario veneziano, il progetto partecipativo di Ilya ed Emilia Kabakov

 


Si aggiunge un nuovo tassello a Diario veneziano, il progetto partecipativo di Ilya ed Emilia Kabakov, a cura di Cesare Biasini Selvaggi e Giulia Abate, che verrà presentato a Venezia in occasione della 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia: la mappatura intima della città si estenderà dal piano nobile di Ca’ Tron (9 maggio – 28 giugno 2026) ai Giardini della Biennale, all’interno del Padiglione Venezia, entrando in dialogo con Note persistenti, il progetto espositivo curato da Giovanna Zabotti con Denis Isaia e Cesare Biasini Selvaggi.

In linea con il tema curatoriale In Minor Keys, il Padiglione si configura come una partitura sensibile che invita a cogliere le frequenze più profonde di Venezia: quelle che affiorano dalle sue parti sommerse, dalla materia che la sostiene, dalle narrazioni intime e dalla dimensione collettiva che la attraversa.

Nella sequenza di ambienti che accompagnano il visitatore attraverso quattro dimensioni simboliche della città (sommersa, domestica, mitologica e collettiva), il percorso espositivo si articola in altrettanti interventi artistici interdisciplinari in dialogo fra loro: le sculture di Alberto Scodro, che indagano i processi invisibili della materia e rimandano alla dimensione del mondo sommerso, risuonano con la composizione sonora immersiva di Dardust, sviluppata con Paolo Fantin, H-Farm e Cisco, e con i lavori inclusi nel progetto Artefici del Nostro Tempo, dedicato alle espressioni emergenti delle nuove generazioni di artisti. All’interno di questa partitura polifonica, la dimensione domestica e relazionale trova una delle sue espressioni più significative in Diario veneziano di Ilya ed Emilia Kabakov, che costituisce il cuore del progetto collettivo ideato dal duo con la partecipazione dei veneziani, in un percorso che unisce il Padiglione Venezia e Ca’ Tron.

 Tre anni dopo la scomparsa di Ilya Kabakov, Venezia accoglie uno dei progetti più emblematici della coppia, in arte e nella vita: un’opera monumentale e partecipata che si configura come un autoritratto corale della città. Curato da Cesare Biasini Selvaggi e Giulia Abate, Diario veneziano prende forma a Ca’ Tron – sede dell’Università Iuav affacciata sul Canal Grande – dove il piano nobile viene trasformato in un grande dispositivo narrativo, e prosegue al Padiglione Venezia, ricomponendo l’unità del progetto in dialogo con il percorso di Note persistenti.

Non una mostra su Venezia, ma una mostra con Venezia: questo il presupposto che guida l’intero lavoro. Circa 500 abitanti della città metropolitana, appartenenti a diverse generazioni, contesti sociali e aree urbane, hanno contribuito scrivendo una pagina di diario in cui narrano il proprio legame con la città e prestando un oggetto personale capace di rappresentarlo. Frammenti di vite, memorie e desideri si raccolgono così in una costellazione di storie che restituisce la complessità sociale e affettiva della laguna.

 Come dichiara Emilia Kabakov: “Dalle storie raccolte emerge quanto Venezia sia densa di persone che lavorano duramente per mantenere non solo la città, ma un senso di comunità raramente riscontrabile nell’era digitale. In un momento in cui le differenze politiche, economiche e religiose sembrano insormontabili, Venezia è un faro di speranza: l'esempio di ciò che accade quando i vicini si sostengono a vicenda, condividendo la responsabilità di custodire la propria casa per le generazioni future”.

Esposti in una serie di vetrine tematiche e accompagnati dalle storie affidate dai partecipanti, gli oggetti collezionati – utensili, ricordi, tracce minime del quotidiano e del futuro – diventano vere e proprie “camere di risonanza” di esistenze, trasformando l’opera in un dispositivo di ascolto collettivo. In linea con la poetica dei Kabakov e con la loro idea di “installazione totale”, l’esperienza non si limita alla visione, ma si configura come uno spazio immersivo in cui la dimensione individuale si intreccia con quella universale.

Come racconta Cesare Biasini Selvaggi: "Gli oggetti che abbiamo chiesto ai veneziani di prestarci non sono infatti semplici ready-made, ma “camere di risonanza” di esistenze. Sono orsacchiotti, utensili, frammenti di biografie minime che, messi insieme, compongono una mappa del sentimento, dove l’arte smette di essere un oggetto da guardare per diventare un diario affettivo collettivo, ricordandoci che essere protagonisti significa, prima di tutto, essere insieme”.

 


ILYA ED EMILIA KABAKOV

Ilya (Dnepropetrovsk, USSR, 1933-Long Island, USA, 2023) ed Emilia (Dnepropetrovsk, USSR, 1945) Kabakov hanno iniziato il loro sodalizio artistico alla fine degli anni ’80 e si sono sposati nel 1992. Insieme hanno dato vita a una prolifica produzione di 'installazioni totali' e altre opere concettuali che affrontano i temi dell'utopia, del sogno e della paura, riflessi della condizione umana universale. Il loro lavoro è presente nelle collezioni dei principali musei del mondo, tra cui il Centre Pompidou di Parigi, la Tate Modern di Londra, il MoMA di New York, il MAXXI di Roma, il Museo Statale Ermitage di San Pietroburgo, la Collezione Reale di Abu Dhabi negli Emirati Arabi Uniti e molti altri. La rivista ArtNews ha annoverato i Kabakov tra i dieci artisti viventi più importanti al mondo.

Ilya Kabakov è scomparso nel maggio 2023; Emilia continua a portare avanti e realizzare i loro progetti.


Lydia Ourahmane a Venezia con la Fondazione Nicoletta Fiorucci




 Lydia Ourahmane presenterà una mostra personale, 5 Works, presso la Fondazione Nicoletta Fiorucci di Venezia dal 5 maggio al 22 novembre 2026, a cura di Polly Staple. La mostra coinciderà con la 61ª Esposizione Internazionale d'Arte – La Biennale di Venezia.

Lydia Ourahmane è un'artista concettuale le cui installazioni, sculture, opere video e sonore creano situazioni che hanno conseguenze al di là delle mura dell'istituzione, negoziando al contempo i termini al suo interno. Esplorando paesaggi di dislocazione e comunità, il suo lavoro esamina come il movimento di oggetti e persone sia influenzato da fattori quali restrizioni statali e barriere invisibili. Le sue recenti presentazioni hanno coinvolto il pubblico come materiale, soggetto e autore.

Il nuovo incarico di Ourahmane segue una residenza presso la Fondazione Nicoletta Fiorucci di Venezia. Uno dei presupposti centrali della mostra è che molte delle opere sono state create a Venezia. Ourahmane ha lavorato con artigiani e tecnici veneziani, ma ha anche collaborato con organizzazioni della città di Venezia e della regione circostante. Questi individui e collettivi continuano a offrire una straordinaria competenza e costituiscono una comunità fiorente, fornendo un'alternativa concreta all'immagine popolare di Venezia come città turistica e in declino.

5 Works combina una vasta gamma di media viscerali – tra cui, ad esempio, stampi per sculture antiche, lampade da chiesa e biancheria da letto dismessa – con gesti concettuali tradizionali come la ricontestualizzazione di oggetti trovati e la presentazione di processi documentaristici. Diverse opere in mostra sono il risultato diretto di negoziazioni, transazioni e scambi specifici di siti storici e associazioni attiviste veneziane, tra cui Poveglia per tutti, Bancolotto No. 10: Il Cerchio e LSG: Lavanderia Spolaore Giuseppe.

L'isola di Poveglia è diventata una musa ispiratrice durante la realizzazione della mostra. Situata ai margini della laguna di Venezia e in gran parte inaccessibile, la sua storia è intrisa di mito. L'isola è stata tuttavia recentemente riappropriata dall'associazione Poveglia per tutti, che la sta trasformando in un parco pubblico. Un'opera centrale commissionata per 5 Works è un molo perfettamente funzionante che verrà trasferito a Poveglia, consentendo l'accesso pubblico via mare dalla riva alla terraferma.

La pratica di Ourahmane si concentra sulla politica reale della vita quotidiana, oltre che sull'esplorazione di come l'arte stessa venga valorizzata, prodotta, distribuita ed esposta. Viviamo in un nuovo ordine mondiale in cui i rifiuti si trasformano in sublime astrazione per molti, ma rimangono una brutale realtà per altri. Ciò richiede un cambio di prospettiva. Qual è dunque la forma per il nostro momento presente? In quale punto l'arte si inserisce nella realtà? In 5 Works, la materia è sempre in fase di negoziazione dei propri termini.

Lydia Ourahmane 5 Works
5 maggio – 22 novembre 2026
Inaugurazione: lunedì 4 maggio, ore 16:00-20:00
Dorsoduro 2829
Venezia, Italia

Washwasha - Padiglione Nazionale degli Emirati Arabi Uniti


Il Padiglione #UAEinVenice annuncia Washwasha , una mostra collettiva curata da Bana Kattan. Washwasha considera il suono come un archivio vivente, che custodisce memoria, emozioni e storie tramandate di generazione in generazione. 

Riunendo artisti le cui pratiche abbracciano diverse generazioni, la mostra riflette la profondità, la continuità e la natura in continua evoluzione della vita creativa negli Emirati Arabi Uniti. 

Attraverso questa esposizione, il Padiglione guarda al futuro, invitando il pubblico internazionale a confrontarsi con pratiche plasmate dall'esperienza vissuta, dalle storie condivise e dal dinamico tessuto culturale degli Emirati Arabi Uniti.


Giornate di apertura al pubblico: dal 9 maggio al 22 novembre 2026



CS

Il Padiglione Nazionale degli Emirati Arabi Uniti annuncia Washwasha, una mostra di prossima apertura curata da Bana Kattan, curatrice e vicedirettrice delle mostre del Guggenheim Abu Dhabi Project, e da Tala Nassar, assistente curatrice. La mostra riunisce gli artisti Mays Albaik, Jawad Al Malhi, Farah Al Qasimi, Alaa Edris, Lamya Gargash e Taus Makhacheva, le cui opere esplorano i paesaggi sonori contemporanei degli Emirati Arabi Uniti, plasmati da migrazione, transitorietà e legami di lunga data con la terra.

Washwasha è una traslitterazione fonetica della parola araba che significa "sussurrare" e che evoca forme di comunicazione sottili, spesso intime e selettive. Gli artisti prendono spunto dal concetto di washwasha per esplorare temi come la migrazione, la tecnologia, le storie orali e il rapporto tra linguaggio, corpo e identità. Questi temi riflettono le condizioni di vita di molti che plasmano e sono plasmati dal panorama culturale degli Emirati Arabi Uniti. All'interno della mostra, le opere includono registrazioni di storie immateriali, preservandole pur riconoscendone l'intrinseca elusività. Alcune opere contemplano i suoni che accompagnano i paesaggi urbani e le evoluzioni tecnologiche e architettoniche che li trasformano continuamente, mentre altre considerano le sfide della cattura del suono e della memoria in relazione alla migrazione e alla comunicazione. La mostra riflette su come i cambiamenti infrastrutturali, siano essi architettonici, tecnologici o sociali, abbiano trasformato il modo in cui le comunità ascoltano e vengono ascoltate.

Queste storie rivelano gli Emirati Arabi Uniti non come una forma culturale fissa, ma come uno spazio plasmato dalla mobilità, dalla corrispondenza e da forme di ascolto stratificate attraverso la terra e il mare. Mettendo a confronto le prime pratiche sonore collettive con le culture dell'ascolto contemporanee mediate dalla tecnologia, la mostra riflette su come i cambiamenti infrastrutturali negli Emirati Arabi Uniti, siano essi architettonici, tecnologici o sociali, abbiano trasformato il modo in cui le comunità ascoltano e vengono ascoltate.

lunedì 30 marzo 2026

Padiglione di Singapore - Amanda Heng



 In occasione della 61ª Biennale di Venezia, Singapore presenta la potente ricerca interdisciplinare di Amanda Heng, figura di riferimento nel panorama artistico del Sud-est asiatico."

A 80 anni, Amanda Heng approda alla 61ª Biennale di Venezia con un progetto che segna il suo definitivo riconoscimento globale. Per il Padiglione di Singapore, l'artista trasforma lo spazio in A Pause: un santuario di osservazione e riposo che sfida la frenesia del mondo contemporaneo. Attraverso gesti quotidiani come sedersi o aspettare, Heng esplora la resilienza e il potere dell'ordinario, portando a Venezia una riflessione potente e necessaria sulla resistenza del corpo. 

Unendo fotografia, immagini in movimento e design architettonico, il lavoro invita a riflettere su come la resistenza e il rinnovamento non si coltivino attraverso grandi gesti, ma attraverso l’istinto del corpo al riposo.

Emersa alla fine degli anni '80 in risposta al mutamento del contesto sociale femminile in una società in rapida modernizzazione, Heng ha co-fondato nel 1988 The Artists’ Village, il primo spazio gestito da artisti a Singapore, e ha successivamente istituito Women in the Arts (WITA) nel 1999. Le sue prime opere, come Let’s Chat (1996) e Walk with Amanda (2000), hanno definito metodi di incontro sociale spontaneo attraverso performance partecipative dal vivo. Queste spaziavano dalle faccende domestiche quotidiane al guidare il pubblico attraverso un mercato alimentare (hawker centre), fino a partecipanti che camminavano all'indietro tenendo una scarpa col tacco in bocca; il tutto culmina in una pratica che esamina come gli spazi pubblici e domestici siano modellati, definiti dal genere e negoziati. Opere fotografiche come Parts of My Body (1990) presentano un’asserzione nuda e cruda della presenza corporea, resistendo all'oggettivazione attraverso un approccio diretto e non mediato.

A distanza di tutti questi anni, il suo lavoro rimane quanto mai attuale, utilizzando gesti sottili e quotidiani ed esperienze incarnate per mettere in primo piano forme silenziose di resilienza e il potere dell’ordinario rispetto allo spettacolo.

La Fortezza, Dries Verhoeven


The Fortress, Dries Verhoeven (2026). Photo by Willem Popelier.


 La Fortezza, Dries Verhoeven (2026). Foto di Willem Popelier.

Per la 61ª Esposizione Internazionale d'Arte – La Biennale di Venezia, l'artista Dries Verhoeven e la curatrice Rieke Vos presentano una performance e un'installazione architettonica intitolata La Fortezza. Il duo prende spunto dalla Biennale di Venezia e dal Padiglione Olandese per esplorare il riflesso di autoconservazione della società occidentale in un contesto di grande incertezza geopolitica. Il progetto segna una novità storica: è la prima volta che i Paesi Bassi sono rappresentati alla Biennale Arte con una performance, e la prima volta che il Padiglione Olandese stesso diventa parte integrante dell'opera.


Un Padiglione rivolto verso l'interno

Progettato da Gerrit Rietveld e costruito negli ottimistici anni del dopoguerra, negli anni '50, il Padiglione Olandese può essere considerato l'emblema dell'apertura, del progresso e della fiducia nel futuro. Durante la Biennale Arte 2026, tuttavia, questo monumento modernista si trasforma nell'antitesi di se stesso. Con le sue persiane in acciaio, la struttura illuminata dal sole volta le spalle al mondo esterno, trasformandosi in un recinto oscuro e fortificato. All'interno, l'oscurità incombente si manifesta in una cruda performance vocale.

Come afferma Verhoeven: "Insieme a un gruppo di tredici artisti internazionali, presentiamo un'opera sulla ricerca di stabilità in un mondo in disequilibrio. Attraverso i suoni grezzi prodotti dagli artisti, essi danno espressione allo stato di disordine sociale che osservo attualmente – e alla tenacia con cui, anche nell'arte, a volte ci aggrappiamo ai valori di ieri".


Riflessioni sulle contraddizioni della Biennale di Venezia

L'artista e curatore prendono le contraddizioni della Biennale di Venezia, così come le percepiscono, come punto di partenza per questa nuova opera. Si dice: «I padiglioni nazionali alla Biennale di Venezia rappresentano un ordine mondiale di un'epoca passata. Nei Giardini della Biennale, le ex potenze mondiali – perlopiù occidentali – occupano ancora le posizioni più in vista. Paesi che in realtà chiudono i confini, dichiarano guerra o commettono genocidi, stanno fianco a fianco, in fraterna armonia. Il mondo dell'arte tenta di sostenere l'idea di ideali illuministi e di un futuro comune pieno di speranza». La Fortezza risponde a questo paradosso.  


venerdì 27 marzo 2026

Belek - Repubblica del Kirghizistan

 (In basso a destra: Alexey Morosov, proiezione video raffigurante dighe kirghise e sequenze di kok-börü, dettaglio dell'immagine con un cavallo e un centauro suonatore di kok-börü e ritratto di Alexey Morosov)

Il Padiglione della Repubblica del Kirghizistan alla Biennale Arte 2026, parte della Biennale di Venezia, e è rappresentato dall'artista interdisciplinare  Alexey Morosov , che presenta  BELEK  ("Dono"), un'installazione immersiva di grandi dimensioni allestita all'interno della storica Chiesa di Santa Caterina.

BELEK  riflette sull'acqua come risorsa naturale vitale e patrimonio culturale condiviso in Kirghizistan. Attraverso una combinazione di video, elementi scultorei e suoni, Morosov mette in dialogo due dimensioni interconnesse della storia del paese: i monumentali progetti di ingegneria idraulica che hanno rimodellato il paesaggio montuoso del Kirghizistan nel corso del XX secolo e l'antico gioco equestre Kok-Boru, che continua a esprimere il profondo legame tra persone, animali e terra.

Attraverso l'intreccio di questi elementi, il padiglione esamina come le società negoziano tradizione e modernizzazione, collocando il Kirghizistan all'interno di un più ampio dibattito globale su ambiente, memoria culturale e gestione delle risorse. Curato da Geraldine Leardi, il progetto testimonia anche la crescente visibilità dell'Asia centrale sulla scena culturale internazionale.

Bracha. La stanza è condivisa

 


Durante la settimana di apertura della Biennale di Venezia, una sala dell’Hotel Metropole diventa sede di una mostra di Bracha L. Ettinger.

Bracha. La stanza è condivisa trasforma la stanza in cui Sigmund Freud scrisse in parte L'interpretazione dei sogni tra il 1895 e il 1899, in uno spazio di pittura, sguardo lento, psicoanalisi, risonanza e presenza condivisa.

La curatrice Carolyn Christov-Bakargiev commenta: “In un tempo saturo di rumore e velocità, Bracha L. Il dipinto di Ettinger ci chiede di rallentare e di sentire, piuttosto che di guardare. La stanza diventa uno spazio psichico condiviso in cui la soggettività non è isolata, ma co-emerge attraverso la vulnerabilità, la cura e l'attenzione. Qui, l’arte non è spettacolo; è un atto di ciò che lei chiama “borderlinking”.

Sette dipinti realizzati tra il 2006 e il 2025 sono installati all'interno dell'atmosfera veneziana vissuta della storica camera d'albergo. La mostra si svolge in sette giorni – lo stesso numero dei sette dipinti – creando una tranquilla corrispondenza tra durata e immagine, tempo e attenzione. Veli di malva, rosso-viola profonda, e bianco latte rosso rilasciano facce spettrali e forme tremanti che affiorano e si ritirano come lo spettatore guarda. Diverse rare opere video in anteprima in questa mostra e accompagnano i dipinti, estendendo il linguaggio dell’artista di stratificazione in immagine in movimento, dove il tempo cinematografico diventa un’altra membrana attraverso la quale la memoria e la risonanza si svolgono.


Questa è probabilmente la più piccola mostra di Venezia e, a causa della capacità limitata, la prenotazione è essenziale e aperta a tutti. I dettagli su come prenotare e partecipare di persona a Venezia saranno pubblicati il 15 aprile 2026. Ogni trenta minuti, da lunedì 4 maggio a domenica 10 maggio, piccoli gruppi saranno guidati dall'ingresso della hall dell'hotel attraverso la mostra (vedi sotto per ore.)

La mostra comprende anche un'installazione di conchiglie e St. Cardo di latte di Maria. Il cardo si riferisce alla leggenda di una pianta nel deserto, che si dice sia stata coltivata grazie alle gocce del latte della Vergine Maria mentre allattava il Bambino. A lungo associato alla protezione e alle piante medicinali, diventa un tranquillo emblema di nutrimento e guarigione. Posta tra i gusci modellati dalla marea e dal tempo, l'installazione approfondisce il senso della stanza come spazio risonante, simile a un utero. L’incontro diventa di prossimità, facendo eco all’intimità di una camera psicoanalitica mentre offre un ripensamento femminista contemporaneo della soggettività.

La famosa teoria dell’artista sul “Matrixial” propone che la soggettività inizia non attraverso la separazione traumatica alla nascita, come credeva Freud, ma nelle relazioni prenatali condivise. A Venezia, questo concetto diventa spaziale: gli spettatori entrano in ciò che Bracha L. Ettinger chiama uno “spazio di confine” che non è né interamente loro né del tutto quello dell’artista. Per l’artista la pittura diventa un gesto etico di “borderlinking” e “co-emergere” in un mondo fratturato.

“Il suo lavoro, profondamente segnato dalla storia personale dei suoi genitori, sopravvissuti all’Olocausto, emerge nella seconda metà del XX secolo, un periodo in cui si è sviluppata molta pittura europea moderna in risposta al dolore individuale e collettivo”, afferma Christov-Bakargiev. “Attingendo sia al suo patrimonio familiare che alla storia dell’arte, esplora nozioni di trasmissione generazionale, traumi, amnesia e ricordi collettivi. Bracha L. Le pubblicazioni teoriche di Ettinger nei campi dell’estetica e della psicoanalisi hanno ampiamente influenzato il pensiero femminista sull’arte dagli anni ’80, così come il lavoro di molti artisti che oggi hanno a che fare nel mondo di oggi con l’impatto personale della violenza coloniale. Il suo pensiero sull’intima sonorità dell’arte risuona con il tema della Biennale di quest’anno di Koyo Kouoh”.

L'Hotel Metropole - con la sua storia a strati come orfanotrofio femminile del XIV secolo, scuola di musica, hotel della fine del XVIII secolo e ospedale militare durante la seconda guerra mondiale - agisce come partner matrice nella mostra. Come riflette la proprietaria Gloria Beggiato, l’Hotel Metropole “ha a lungo accolto artisti, scrittori, musicisti e pensatori provenienti da tutto il mondo. Le sue mura tengono le loro storie, e siamo orgogliosi di continuare questa tradizione culturale ospitando progetti che portano l’arte in dialogo diretto con la storia”.

Situato lontano dalla mischia della Biennale, Bracha. La stanza è condivisa offre una pausa, uno spazio protetto per la riflessione durante una settimana altrimenti accelerata.

In relazione a questa mostra, Bracha L. Ettinger afferma poeticamente:
È necessario un angelo per occuparsi del dolore e della bellezza del mondo nei momenti tragici, per riorientarci verso un futuro umanizzato senza ignorare l’agonia. La chiamo angelo della portata. La sua matrice ora sanguina all'infinito. Nella nostra sfera matrice sento il tuo silenzio sussurrare, attraverso l’altro, attraverso l’aria, attraverso l’acqua, chiedendomi di respirare con-in-per te. La profondità alla profondità risuona. Nella trasformazione metramorfica lungo le nostre stringhe transitive subreali condivisibili, la co-respirazione sta co-nascendo nella compassione.


Informazioni sull'esposizione
Bracha. La Stanza È Condivisa
Una mostra di opere di Bracha L. Ettinger a cura di Carolyn Christov-Bakargiev
4-10 maggio 2026
Hotel Metropole
Riva degli Schiavoni 4149, Venezia
Vaporetto: San Zaccaria
Orari:
4-9 maggio: 10am-8pm
10 maggio: 10am-1pm

Alice Maher




Kevin Kavanagh (Dublino), Purdy Hicks Gallery (Londra) e David Nolan Gallery (New York) sono lieti di annunciare che l'artista irlandese Alice Maher è stata invitata alla 61ª Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia – In Minor Keys.

Maher è riconosciuta a livello internazionale come una delle artiste contemporanee irlandesi più acclamate dalla critica e una figura centrale nel rinnovamento della scultura e del disegno irlandesi a partire dagli anni '90. Nel corso di oltre quarant'anni, la sua pratica multimediale ha sviluppato un vocabolario visivo che esplora le idee intrecciate di identità, genere e corporeità nell'Irlanda post-coloniale. Il suo lavoro si distingue per il costante ritorno alle soglie tra forme e stati dell'essere: dove spesso riprende ed espande le narrazioni mitiche e popolari così caratteristiche della sua cultura. Parteciperà alla 61ª Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia, In Minor Keys by Koyo Kouoh.

Maher è cresciuta nell'Irlanda cattolica e conservatrice degli anni '70 e '80. Fin da giovane, ha sfidato le strutture patriarcali che plasmavano la vita culturale e politica del paese. Mito, folklore e lo spazio immaginativo dell'inconscio sono da sempre per Maher strumenti per decostruire le narrazioni culturali che circondano la femminilità. Il suo ruolo di membro fondatore della "Artists' Campaign to Repeal the 8th Amendment", a difesa dei diritti riproduttivi nel 2016, ha riaffermato il suo impegno di lunga data nell'attivismo sociale e nell'ampliamento dei parametri dell'impegno artistico nella vita civica. Le sue numerose collaborazioni in ambito teatrale, di danza e letterario testimoniano un ampio linguaggio interdisciplinare.
I materiali utilizzati nelle opere scultoree di Maher, come spine di rosa, capelli umani, brina e bacche, sono fisicamente radicati ma al contempo carichi di significato simbolico e psicologico. Nei suoi disegni monumentali, le figure non sono trattate come archetipi fissi o universali, bensì vengono riconfigurate come presenze instabili – forme che portano il peso della storia ma restano aperte alla reinvenzione.
Alice Maher è nata nel 1956. Tra le sue mostre personali si annoverano: Femmes-Fontaines (Le Confort Modern Poitiers, 1997), Coma Berenices (Hugh Lane The Municipal Gallery of Modern Art, 1999), The History of Tears (Purdy Hicks Gallery, Londra, 2001), Portraits (Museo Civico di Lubiana, 2004), Orsola (Oratorio di San Ludovico, Venezia, 2006), The Night Garden (Royal Hibernian Academy, 2007), Natural Artifice (Brighton & Hove Museum & Djanogly Art Centre, 2008), Hypnerotomachia (David Nolan Gallery, New York, 2008), The Glorious Maids of the Charnel House (Kevin Kavanagh, Dublino, 2016), Vox Materia (Crawford Art Gallery, 2018). Nel 2012, l'Irish Museum of Modern Art ha presentato Becoming: Alice Maher, una retrospettiva del lavoro dell'artista nell'arco di 30 anni. Tra le mostre collettive a cui ha partecipato si annoverano OFF Biennale (Budapest, 2025), Soft Power (RWA, Bristol, 2025), The Map (con Rachel Fallon, Rua Red, Dublino, 2021) e You'll Never Know: Drawing and Random Interference (Hayward Gallery, Londra, 2006). Nel 1994, Maher ha rappresentato l'Irlanda alla 22ª Biennale di San Paolo.
Nel 2025, Maher ha vinto la 18ª edizione del premio Daniel & Florence Guerlain per il disegno contemporaneo a Parigi. L'artista vive e lavora a Westport, nella contea di Mayo, in Irlanda, ed è rappresentata da Kevin Kavanagh a Dublino, dalla Purdy Hicks Gallery a Londra e dalla David Nolan Gallery a New York.

Scotland + Venice: Bugarin + Castle

Bugarin + Castle, Mr. Mimic [Submit to Sound], 2026. Foto (dettaglio), per gentile concessione degli artisti e di Scotland + Venice © Bugarin + Castle

 Dai castelli scozzesi ai cimiteri filippini, Bugarin + Castle esplorano geografie e periodi storici sovrapposti in una rivisitazione contemporanea queer e trans dei rituali di pubblica umiliazione. Per il duo di artisti di Glasgow Bugarin + Castle, la narrazione non si sviluppa in una singola scena, ma in una processione carnevalesca di sovversione e sfida. Lavorando tra architettura, immagini in movimento, scultura e performance, la loro pratica traccia vivaci connessioni tra vite queer e trans in Scozia e a livello internazionale, compresi i collegamenti diasporici con le Filippine. Il loro lavoro si concentra sulle risonanze condivise e sulle differenze, plasmate dalle storie personali e culturali. Selezionandoli, Scotland + Venice abbracciano una visione della Scozia rivolta all’esterno, interconnessa e in sintonia con le complessità di un mondo in continua evoluzione, oltre a sostenere due artisti nella realizzazione del loro corpus di opere più significativo fino ad oggi.
 
Attraverso numerose opere d’arte, la mostra Scotland + Venice: Bugarin + Castle reinterpreta i rituali europei secolari di umiliazione pubblica, noti come musica ruvida, charivari e scampanate, in cui spettacolo, suoni e costumi venivano utilizzati per punire i trasgressori sociali. Gli artisti trasformano queste usanze in un linguaggio contemporaneo, riunendo trascrizioni di corte del XIV secolo, incisioni satiriche del XVIII secolo, ballate karaoke, armature medievali e arte filippina sui veicoli. Attraverso questo processo, costruiscono un mondo stratificato in cui voci storiche e cultura contemporanea si intrecciano in scene che sono allo stesso tempo provocatorie e tenere. La scultura At Certayne Tymes fonde elementi meccanici, anatomici e vocali, mentre Submit to Sound, un’opera di immagini in movimento, sovrappone esercizi di femminilizzazione della voce e canzoni realizzate con la band di Manila Kalye Teresa. Attraversando entrambi gli spazi della galleria, l’intervento scultoreo Nocturnal Amusementspone la domanda “Sei discreto?”, una provocazione consapevole rivolta allo spettatore. Qui la vergogna non viene bandita, ma estesa a nuovi registri emotivi in cui coesistono sfida, gioco e intimità. Bugarin + Castle non offrono alcuna soluzione morale. Mappando la vergogna e la trasformazione attraverso i continenti e nel tempo, creano uno spazio politicamente carico in cui potere e identità rimangono in movimento.
 
Il Mount Stuart Trust, con sede sull’isola di Bute, è curatore del progetto, guidato dalla dott.ssa Morven Gregor, in collaborazione con gli artisti e una serie di partner. Dal 2001 l'istituzione presenta un ambizioso programma di arti visive contemporanee con artisti del calibro di Alberta Whittle, Abbas Akhavan, Linder, Martin Boyce, Thomas Abercromby e Ilana Halperin. Dopo Venezia, la mostra tornerà al Mount Stuart sull’isola di Bute nell’estate del 2027, prima di fare tappa in tutta la Scozia; i dettagli saranno annunciati prossimamente. Il tour nel Regno Unito è stato sostenuto dall’Art Fund. Forma, un’organizzazione di arte contemporanea attiva nel Regno Unito e a livello internazionale, è produttrice della parte cinematografica del progetto e collabora con Mount Stuart come responsabile di produzione della mostra a Venezia.
 
Il progetto è stato scelto per rappresentare la Scozia da una giuria composta da Sepake Angiama, Direttore, Iniva, Norah Campbell, Responsabile di Arts Scotland, British Council, Simon Groom, Direttore, Partnership internazionali e nazionali, National Galleries of Scotland, Emma Nicolson, Responsabile delle arti visive, Creative Scotland e Lucia Pietroiusti, Responsabile della ricerca e dell’emergenza presso la Hartwig Art Foundation, Amsterdam.
 
Il recente film interattivo di Bugarin + Castle, Sore Throat, girato a Edimburgo e Manila, ha esplorato i mostri coloniali e i suoni negli spazi queer filippini, ed è stato proiettato in una mostra personale al Fruitmarket, alla Tate Modern e in altre sedi internazionali. Grazie a un software personalizzato, le voci del pubblico presente in galleria venivano registrate e riprodotte all’interno del film, senza che nessuno se ne accorgesse, rendendole antagoniste nella narrazione. Bugarin + Castle si esibiscono anche in drag come Hairy Teddy Bear e Pollyfilla, attraverso Pollyanna, una compagnia artistica queer scozzese fondata da Castle, giunta ormai al suo decimo anno di attività.
 
Le opere degli artisti sono state esposte presso importanti istituzioni del Regno Unito, tra cui la Tate Modern, l’ICA (Istituto di Arte Contemporanea), il Fruitmarket e il City Art Centre. A livello internazionale, i loro lavori sono stati esposti al WHYNoT Space (Filippine), alla Microscope Gallery (USA) e alla Krittinen Gallery (Finlandia) e saranno presenti prossimamente al Tromsø Centre for Contemporary Art (Norvegia), al Photographic Centre Peri (Finlandia) e al Cypher (Grecia), al WHYNoT Space (Filippine) e in seguito al Powerhouse Arts (USA). Individualmente, hanno una vasta esperienza internazionale. Le opere di Davide Bugarin sono state esposte alla Biennale di Malta (2024) e al Padiglione Italia della Biennale di Architettura di Venezia 2025. Ha inoltre partecipato a una residenza alla Biennale di Architettura di Venezia 2023, selezionato dal curatore della Biennale. Ha fatto parte del programma New Architecture Writers, contribuendo a The Architectural Review e The Architects’ Journal. Ha ricevuto premi e borse di studio dal Royal Institute of British Architects (RIBA), dalla Worshipful Company of Architects e da Burberry. Bugarin ha recentemente completato una borsa di ricerca presso il Warburg Institute, che ha sostenuto la ricerca iniziale per questo progetto Scozia + Venezia. Le opere di Angel Cohn Castle sono state commissionate da BBC Scotland, LUX Scotland e Talbot Rice Gallery e sono state esposte in gallerie tra cui il Kunstmuseum Bonn (Germania) e il BALTIC (Regno Unito). Come fondatrice di Pollyanna, ha realizzato mostre presso la Royal Scottish Academy, il Castello di Stirling e gallerie internazionali, tra cui il KINDL Centre for Contemporary Art (Germania). Attualmente è docente di Belle Arti all’Università di Newcastle e in precedenza è stata assistente di Belle Arti presso l’Università di Edimburgo.
 
“Per chi è inquieto e appassionato, da un duo inquieto e appassionato - spiegano gli artisti Bugarin + Castle -. La donna ribelle, il cornuto, la prostituta, il sodomita e altri trasgressori sociali venivano un tempo esposti al pubblico ludibrio in parate di umiliazione. Ci interessa indagare come tanto il suono quanto il travestitismo siano stati impiegati non per esprimere un’essenza, ma come strumenti di controllo. Questi eventi all'apparenza divertenti costituiscono la matrice della nostra mostra, che attraversa passato e presente, dalla Scozia alle Filippine. Il nostro lavoro si inserisce in un contesto contemporaneo in cui le vite di persone trans e di sex worker continuano a essere oggetto di dibattito pubblico e di decisioni istituzionali — nei tribunali e nei parlamenti — spesso senza che queste persone abbiano un reale spazio di parola o di rappresentanza. L’opera non cancella la vergogna, né vi si aggrappa: si concentra piuttosto sulla sua complessità, sulla sua viscosità, sulla collisione tra suono, voce e vergogna”.
 
Morven Gregor, Curatrice del Mount Stuart Trust, e Sophie Crichton Stuart, Presidente del Mount Stuart Trust, che hanno fondato il programma di arti visive contemporanee del Mount Stuart nel 2001, sottolineano: “Siamo entusiaste di curare il lavoro di Bugarin + Castle per Scotland + Venice nel 2026. Scotland + Venice: Bugarin + Castle sarà la presentazione più ambiziosa finora realizzata dagli artisti, che rifletterà la loro visione globale e le loro pratiche attraverso performance, film, architettura, scultura e design. La loro abilità nell’animare la ricerca storica per mettere in primo piano questioni contemporanee esemplifica l’approccio del programma di arti visive contemporanee del Mount Stuart. Mentre il programma celebra il suo 25° anniversario nel 2026 presentando Bugarin + Castle a Venezia, non vediamo l’ora di portare Scotland + Venice: Bugarin + Castle a Bute nel 2027.”
 
Alastair Evans, Presidente della Scotland + Venice Partnership, dichiara: “Scotland + Venice è stata creata per offrire agli artisti l’opportunità di sviluppare nuovi lavori ambiziosi in uno dei contesti culturali più dinamici al mondo e per promuovere la Scozia come centro internazionale di eccellenza per le arti visive”.
 
Emma Nicolson, Head of Visual Arts di Creative Scotland, aggiunge: “Bugarin + Castle stanno creando opere visivamente sorprendenti, concettualmente ricche e politicamente risonanti. Promette di essere un incontro potente e provocatorio e siamo orgogliosi di sostenere il suo viaggio che porterà alla mostra a Venezia e poi al pubblico di casa nel 2027”.
 
Norah Campbell, Head of Arts del British Council Scotland, sottolinea: “Venezia è uno dei palcoscenici più significativi al mondo per l’arte contemporanea e Scotland + Venice offre agli artisti scozzesi un’opportunità preziosa per condividere le proprie opere con un pubblico internazionale. Il British Council è lieto di sostenere questo progetto unitamente alla presentazione del Padiglione britannico, che insieme mettono in mostra la varietà dei talenti creativi del Regno Unito.”
 
Lucia Pietroiusti, Head of Research & Emergence presso la Hartwig Art Foundation di Amsterdam e membro della giuria, commenta: “Una presentazione a Venezia da parte di un Paese è un punto di incontro tra artisti locali e internazionali. Mette in dialogo pratiche radicate nel loro ambiente con le più ampie questioni esistenziali, filosofiche, culturali e sociali del nostro tempo. Quest’opera è stata selezionata per la visione dell’artista, il suo approccio energico, la sua natura collaborativa e per il modo in cui collega le realtà della Scozia con quella del resto del mondo.”
 
Simon Groom, Director of International & National Partnerships presso le National Galleries of Scotland, dichiara: “La collaborazione artistica di Bugarin + Castle esemplifica lo spirito di partnership alla base di questo ambizioso progetto, che ha forgiato nuove reti creative e alleanze innovative e che consentirà all’opera di essere apprezzata dal pubblico a Venezia, nonché in tournée sia in Scozia che a livello internazionale”.
 
Chris Rawcliffe, Direttore Artistico di Forma, aggiunge: “Scotland + Venice: Bugarin + Castle riflette il sostegno di lunga data di Forma a progetti che sono determinanti per la carriera e che cercano di ampliare i confini della pratica degli artisti. In quanto organizzazione impegnata nello sviluppo di relazioni solide e durature con i nostri partner, siamo onorati di tornare alla Biennale ancora una volta in questo ruolo ampliato, dopo il nostro precedente sostegno alla presentazione Scotland + Venice di Alberta Whittle nel 2022”.
 
Con il ritorno Scotland + Venice a Venezia, torna anche il Programma di sviluppo professionale. Si tratta di un’opportunità retribuita per 17 studenti e professionisti delle arti visive agli inizi della loro carriera, che hanno la possibilità di trascorrere del tempo a Venezia durante il periodo della Biennale Arte 2026. I partecipanti collaborano con il team curatoriale nella fase preparatoria all’inaugurazione e ricevono una formazione sul lavoro e sulla sede. Durante il soggiorno a Venezia, gli associati si occupano della mostra e ne promuovono la diffusione, hanno l’opportunità di ampliare le proprie reti professionali e possono accedere alla ricca offerta di mostre internazionali in programma. Ai partecipanti viene inoltre concesso del tempo da dedicare alla ricerca accademica o pratica. In passato, la partecipazione ha portato a opportunità di lavoro e tirocini, dando vita a numerose collaborazioni e ricerche. Per la prima volta, Scotland + Venice collabora con Outer Spaces per offrire a tre professionisti in erba delle arti visive una residenza retribuita di 10 settimane come Senior Exhibition Associates. L’opportunità era aperta ai titolari degli studi Outer Spaces in tutta la Scozia che soddisfacevano i requisiti di ammissibilità. Outer Spaces sostiene lo sviluppo creativo e professionale degli artisti attraverso spazi studio e progetti, premi, commissioni e partnership in tutta la Scozia. Partner a pieno titolo per questo programma: a-n, City of Glasgow College, Duncan of Jordanstone College of Art & Design, Edinburgh College, Edinburgh College of Art, Glasgow School of Art, Grays School of Art, Outer Spaces e The Bute Family Trust con Mount Stuart Trust.
INFORMAZIONI PRATICHE:
9 maggio - 22 novembre 2026
Olivolo, Castello 59/C 30122 Venezia
dal martedì alla domenica, dalle 10.00 alle 18.00 

Alighiero Boetti

Alighiero Boetti: Mappa, 1979, Embroidery, 92 x 130 cm. © Alighiero Boetti. Courtesy of Ben Brown Fine Arts, London 

 SMAC Venice è lieta di presentare Alighiero Boetti, un’ampia retrospettiva dedicata al maestro italiano dell’arte del dopoguerra (Torino, 1940 – Roma, 1994). A cura di Elena Geuna e sostenuta da Ben Brown Fine Arts, la mostra sarà visitabile dal 7 maggio al 22 novembre 2026, in concomitanza con la 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia.
 
Il percorso di mostra sviluppato dalla curatrice riunisce circa cento opere distribuite in otto sale, offrendo un’ampia ricognizione su uno degli artisti più influenti del periodo del dopoguerra. Coprendo un arco temporale di più di venticinque anni, dalla fine degli anni Sessanta ai primi anni Novanta, la mostra ripercorre l’intera traiettoria artistica di Boetti e mette in luce l’ampiezza e la complessità della sua pratica.
 
Concepita come una sorta di “costellazione” che invita il pubblico ad abitare lo spazio tra idea e forma, ordine e disordine, Alighiero Boetti riflette l’interesse costante dell’artista per la dualità, i sistemi e il processo. Dalle prime opere, radicate in materiali semplici e strutture elementari come proposto dal gruppo dell’Arte Povera, ai successivi progetti collaborativi e concettualmente stratificati, la mostra evidenzia la coerenza interna di una pratica che ha costantemente messo alla prova i propri presupposti, accogliendo il caso, la ripetizione e l’autorialità condivisa come forze generative.
 
La mostra si apre con una sala dedicata all’autoritratto e alla questione dell’identità, affrontando l’impegno di Boetti lungo tutta la vita nei confronti della nozione di doppio. Questa ricerca trovò la sua espressione più evidente nel 1972, quando adottò la firma duale “Alighiero e Boetti”. Opere come Autoritratto (1969) e Gemelli (1968) esplorano l’identità come scissa, riflessa e moltiplicata, mentre l’uso di forme accoppiate e strutture seriali introduce una logica della dualità che rimarrà fondamentale nella sua pratica.
 
Con il procedere dela mostra, questa logica del raddoppiamento si espande in sistemi più ampi di linguaggio, geografia e tempo. Il lavoro di Boetti si orienta sempre più verso strutture che organizzano la visione e la conoscenza, esponendone al contempo l’instabilità. Il suo impegno costante con la mappatura riflette un interesse per l’orientamento, la distanza e la circolazione di informazioni, lavoro e modalità di produzione tra culture diverse. A partire dai primi anni Settanta, i disegni Biro (1972-), insieme ai Ricami (1971-) e alle Mappe (1971-), realizzati attraverso collaborazioni di lunga durata con artigiani afghani, esemplificano uno spostamento deliberato della paternità dell’opera. Boetti stabiliva il quadro concettuale e i parametri regolativi di ciascuna opera, mentre la sua esecuzione si sviluppava attraverso altre mani, permettendo a differenza, durata e contingenza di diventare parte integrante sia della forma sia del significato.
 
Le sezioni finali della mostra si concentrano sugli Aerei (dal 1977-), sui Calendari (1974-) e sulle opere seriali su carta, concettualmente rigorose, realizzate negli anni Ottanta e nei primi anni Novanta. Negli Aerei, strutture mutevoli generano campi disorientanti in cui le immagini del volo sono soggette a sistemi che sono al tempo stesso metodici e instabili, consentendo all'ordine e al caos di scontrarsi all'interno di un quadro razionale e classificato. L’accumulazione costante di date nei Calendari, insieme al ripetuto impiego di elementi grafici nelle opere su carta, registra analogamente il tempo come misura e come materia. Nel loro insieme, queste serie articolano un processo continuo in cui i sistemi vengono messi in moto solo per rivelare i propri limiti, mettendo in scena uno scambio prolungato, spesso giocoso, tra controllo e casualità.
 
La mostra ha beneficiato del sostegno e della collaborazione dell’Archivio Alighiero Boetti. È concepita per presentare con chiarezza ed equilibrio il percorso dell’artista, permettendo al pubblico di seguire l’evoluzione delle sue idee e di confrontarsi con le tensioni durature al centro della sua pratica. Nel corso dell’esposizione, struttura e caso, autonomia e collaborazione, sistema e gioco sono mantenuti in una relazione produttiva, rivelando un corpus di opere che rimane al tempo stesso rigoroso e aperto, e costantemente attento alla complessità del mondo che riflette.