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martedì 7 aprile 2026

Diario veneziano, il progetto partecipativo di Ilya ed Emilia Kabakov

 


Si aggiunge un nuovo tassello a Diario veneziano, il progetto partecipativo di Ilya ed Emilia Kabakov, a cura di Cesare Biasini Selvaggi e Giulia Abate, che verrà presentato a Venezia in occasione della 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia: la mappatura intima della città si estenderà dal piano nobile di Ca’ Tron (9 maggio – 28 giugno 2026) ai Giardini della Biennale, all’interno del Padiglione Venezia, entrando in dialogo con Note persistenti, il progetto espositivo curato da Giovanna Zabotti con Denis Isaia e Cesare Biasini Selvaggi.

In linea con il tema curatoriale In Minor Keys, il Padiglione si configura come una partitura sensibile che invita a cogliere le frequenze più profonde di Venezia: quelle che affiorano dalle sue parti sommerse, dalla materia che la sostiene, dalle narrazioni intime e dalla dimensione collettiva che la attraversa.

Nella sequenza di ambienti che accompagnano il visitatore attraverso quattro dimensioni simboliche della città (sommersa, domestica, mitologica e collettiva), il percorso espositivo si articola in altrettanti interventi artistici interdisciplinari in dialogo fra loro: le sculture di Alberto Scodro, che indagano i processi invisibili della materia e rimandano alla dimensione del mondo sommerso, risuonano con la composizione sonora immersiva di Dardust, sviluppata con Paolo Fantin, H-Farm e Cisco, e con i lavori inclusi nel progetto Artefici del Nostro Tempo, dedicato alle espressioni emergenti delle nuove generazioni di artisti. All’interno di questa partitura polifonica, la dimensione domestica e relazionale trova una delle sue espressioni più significative in Diario veneziano di Ilya ed Emilia Kabakov, che costituisce il cuore del progetto collettivo ideato dal duo con la partecipazione dei veneziani, in un percorso che unisce il Padiglione Venezia e Ca’ Tron.

 Tre anni dopo la scomparsa di Ilya Kabakov, Venezia accoglie uno dei progetti più emblematici della coppia, in arte e nella vita: un’opera monumentale e partecipata che si configura come un autoritratto corale della città. Curato da Cesare Biasini Selvaggi e Giulia Abate, Diario veneziano prende forma a Ca’ Tron – sede dell’Università Iuav affacciata sul Canal Grande – dove il piano nobile viene trasformato in un grande dispositivo narrativo, e prosegue al Padiglione Venezia, ricomponendo l’unità del progetto in dialogo con il percorso di Note persistenti.

Non una mostra su Venezia, ma una mostra con Venezia: questo il presupposto che guida l’intero lavoro. Circa 500 abitanti della città metropolitana, appartenenti a diverse generazioni, contesti sociali e aree urbane, hanno contribuito scrivendo una pagina di diario in cui narrano il proprio legame con la città e prestando un oggetto personale capace di rappresentarlo. Frammenti di vite, memorie e desideri si raccolgono così in una costellazione di storie che restituisce la complessità sociale e affettiva della laguna.

 Come dichiara Emilia Kabakov: “Dalle storie raccolte emerge quanto Venezia sia densa di persone che lavorano duramente per mantenere non solo la città, ma un senso di comunità raramente riscontrabile nell’era digitale. In un momento in cui le differenze politiche, economiche e religiose sembrano insormontabili, Venezia è un faro di speranza: l'esempio di ciò che accade quando i vicini si sostengono a vicenda, condividendo la responsabilità di custodire la propria casa per le generazioni future”.

Esposti in una serie di vetrine tematiche e accompagnati dalle storie affidate dai partecipanti, gli oggetti collezionati – utensili, ricordi, tracce minime del quotidiano e del futuro – diventano vere e proprie “camere di risonanza” di esistenze, trasformando l’opera in un dispositivo di ascolto collettivo. In linea con la poetica dei Kabakov e con la loro idea di “installazione totale”, l’esperienza non si limita alla visione, ma si configura come uno spazio immersivo in cui la dimensione individuale si intreccia con quella universale.

Come racconta Cesare Biasini Selvaggi: "Gli oggetti che abbiamo chiesto ai veneziani di prestarci non sono infatti semplici ready-made, ma “camere di risonanza” di esistenze. Sono orsacchiotti, utensili, frammenti di biografie minime che, messi insieme, compongono una mappa del sentimento, dove l’arte smette di essere un oggetto da guardare per diventare un diario affettivo collettivo, ricordandoci che essere protagonisti significa, prima di tutto, essere insieme”.

 


ILYA ED EMILIA KABAKOV

Ilya (Dnepropetrovsk, USSR, 1933-Long Island, USA, 2023) ed Emilia (Dnepropetrovsk, USSR, 1945) Kabakov hanno iniziato il loro sodalizio artistico alla fine degli anni ’80 e si sono sposati nel 1992. Insieme hanno dato vita a una prolifica produzione di 'installazioni totali' e altre opere concettuali che affrontano i temi dell'utopia, del sogno e della paura, riflessi della condizione umana universale. Il loro lavoro è presente nelle collezioni dei principali musei del mondo, tra cui il Centre Pompidou di Parigi, la Tate Modern di Londra, il MoMA di New York, il MAXXI di Roma, il Museo Statale Ermitage di San Pietroburgo, la Collezione Reale di Abu Dhabi negli Emirati Arabi Uniti e molti altri. La rivista ArtNews ha annoverato i Kabakov tra i dieci artisti viventi più importanti al mondo.

Ilya Kabakov è scomparso nel maggio 2023; Emilia continua a portare avanti e realizzare i loro progetti.


Lydia Ourahmane a Venezia con la Fondazione Nicoletta Fiorucci




 Lydia Ourahmane presenterà una mostra personale, 5 Works, presso la Fondazione Nicoletta Fiorucci di Venezia dal 5 maggio al 22 novembre 2026, a cura di Polly Staple. La mostra coinciderà con la 61ª Esposizione Internazionale d'Arte – La Biennale di Venezia.

Lydia Ourahmane è un'artista concettuale le cui installazioni, sculture, opere video e sonore creano situazioni che hanno conseguenze al di là delle mura dell'istituzione, negoziando al contempo i termini al suo interno. Esplorando paesaggi di dislocazione e comunità, il suo lavoro esamina come il movimento di oggetti e persone sia influenzato da fattori quali restrizioni statali e barriere invisibili. Le sue recenti presentazioni hanno coinvolto il pubblico come materiale, soggetto e autore.

Il nuovo incarico di Ourahmane segue una residenza presso la Fondazione Nicoletta Fiorucci di Venezia. Uno dei presupposti centrali della mostra è che molte delle opere sono state create a Venezia. Ourahmane ha lavorato con artigiani e tecnici veneziani, ma ha anche collaborato con organizzazioni della città di Venezia e della regione circostante. Questi individui e collettivi continuano a offrire una straordinaria competenza e costituiscono una comunità fiorente, fornendo un'alternativa concreta all'immagine popolare di Venezia come città turistica e in declino.

5 Works combina una vasta gamma di media viscerali – tra cui, ad esempio, stampi per sculture antiche, lampade da chiesa e biancheria da letto dismessa – con gesti concettuali tradizionali come la ricontestualizzazione di oggetti trovati e la presentazione di processi documentaristici. Diverse opere in mostra sono il risultato diretto di negoziazioni, transazioni e scambi specifici di siti storici e associazioni attiviste veneziane, tra cui Poveglia per tutti, Bancolotto No. 10: Il Cerchio e LSG: Lavanderia Spolaore Giuseppe.

L'isola di Poveglia è diventata una musa ispiratrice durante la realizzazione della mostra. Situata ai margini della laguna di Venezia e in gran parte inaccessibile, la sua storia è intrisa di mito. L'isola è stata tuttavia recentemente riappropriata dall'associazione Poveglia per tutti, che la sta trasformando in un parco pubblico. Un'opera centrale commissionata per 5 Works è un molo perfettamente funzionante che verrà trasferito a Poveglia, consentendo l'accesso pubblico via mare dalla riva alla terraferma.

La pratica di Ourahmane si concentra sulla politica reale della vita quotidiana, oltre che sull'esplorazione di come l'arte stessa venga valorizzata, prodotta, distribuita ed esposta. Viviamo in un nuovo ordine mondiale in cui i rifiuti si trasformano in sublime astrazione per molti, ma rimangono una brutale realtà per altri. Ciò richiede un cambio di prospettiva. Qual è dunque la forma per il nostro momento presente? In quale punto l'arte si inserisce nella realtà? In 5 Works, la materia è sempre in fase di negoziazione dei propri termini.

Lydia Ourahmane 5 Works
5 maggio – 22 novembre 2026
Inaugurazione: lunedì 4 maggio, ore 16:00-20:00
Dorsoduro 2829
Venezia, Italia

Washwasha - Padiglione Nazionale degli Emirati Arabi Uniti


Il Padiglione #UAEinVenice annuncia Washwasha , una mostra collettiva curata da Bana Kattan. Washwasha considera il suono come un archivio vivente, che custodisce memoria, emozioni e storie tramandate di generazione in generazione. 

Riunendo artisti le cui pratiche abbracciano diverse generazioni, la mostra riflette la profondità, la continuità e la natura in continua evoluzione della vita creativa negli Emirati Arabi Uniti. 

Attraverso questa esposizione, il Padiglione guarda al futuro, invitando il pubblico internazionale a confrontarsi con pratiche plasmate dall'esperienza vissuta, dalle storie condivise e dal dinamico tessuto culturale degli Emirati Arabi Uniti.


Giornate di apertura al pubblico: dal 9 maggio al 22 novembre 2026



CS

Il Padiglione Nazionale degli Emirati Arabi Uniti annuncia Washwasha, una mostra di prossima apertura curata da Bana Kattan, curatrice e vicedirettrice delle mostre del Guggenheim Abu Dhabi Project, e da Tala Nassar, assistente curatrice. La mostra riunisce gli artisti Mays Albaik, Jawad Al Malhi, Farah Al Qasimi, Alaa Edris, Lamya Gargash e Taus Makhacheva, le cui opere esplorano i paesaggi sonori contemporanei degli Emirati Arabi Uniti, plasmati da migrazione, transitorietà e legami di lunga data con la terra.

Washwasha è una traslitterazione fonetica della parola araba che significa "sussurrare" e che evoca forme di comunicazione sottili, spesso intime e selettive. Gli artisti prendono spunto dal concetto di washwasha per esplorare temi come la migrazione, la tecnologia, le storie orali e il rapporto tra linguaggio, corpo e identità. Questi temi riflettono le condizioni di vita di molti che plasmano e sono plasmati dal panorama culturale degli Emirati Arabi Uniti. All'interno della mostra, le opere includono registrazioni di storie immateriali, preservandole pur riconoscendone l'intrinseca elusività. Alcune opere contemplano i suoni che accompagnano i paesaggi urbani e le evoluzioni tecnologiche e architettoniche che li trasformano continuamente, mentre altre considerano le sfide della cattura del suono e della memoria in relazione alla migrazione e alla comunicazione. La mostra riflette su come i cambiamenti infrastrutturali, siano essi architettonici, tecnologici o sociali, abbiano trasformato il modo in cui le comunità ascoltano e vengono ascoltate.

Queste storie rivelano gli Emirati Arabi Uniti non come una forma culturale fissa, ma come uno spazio plasmato dalla mobilità, dalla corrispondenza e da forme di ascolto stratificate attraverso la terra e il mare. Mettendo a confronto le prime pratiche sonore collettive con le culture dell'ascolto contemporanee mediate dalla tecnologia, la mostra riflette su come i cambiamenti infrastrutturali negli Emirati Arabi Uniti, siano essi architettonici, tecnologici o sociali, abbiano trasformato il modo in cui le comunità ascoltano e vengono ascoltate.