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lunedì 23 marzo 2026

VANMECHELEN: WE THOUGHT WE WERE ALONE

Will we ever exist © Koen Vanmechelen, foto di Laura Veschi, 2026

9 Maggio - 22 Novembre 2026

● L’artista Koen Vanmechelen svela la sua prima mostra personale di scultura a Venezia, in occasione della 61a Biennale di Venezia

● Sviluppata su tre piani e composta da 40 opere inedite, la mostra sarà ospitata a Palazzo Rota Ivancich

● La mostra include una collaborazione tra l'artista e il musicista di fama internazionale Youssou N’Dour

L'artista belga di fama internazionale Koen Vanmechelen inaugura a Venezia la sua prima mostra personale dedicata interamente alla scultura, ospitata nelle storiche sale di Palazzo Rota Ivancich.

L'esposizione si terrà in concomitanza con la 61a Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia, dal 9 maggio al 22 novembre 2026. Curata dal curatore indipendente e scrittore inglese James Putnam, la mostra presenterà 40 nuove sculture e installazioni realizzate appositamente per l'occasione. Superando le prospettive antropocentriche, We Thought We Were Alone si propone di esplorare la relazione tra gli organismi viventi e l'ambiente inorganico.

Il percorso espositivo attraversa i tre piani del Palazzo, nel sestiere di Castello. A pochi passi da San Marco, l'edificio si distingue per la sua posizione raccolta e per un fascino decadente  tipico delle strutture segnate dalla patina del tempo. L’esperienza espositiva immerge i visitatori nei cardini della ricerca di Koen Vanmechelen: incrocio, ibridazione e identità. Questi temi convergono nella sua visione di un Cosmopolitan Renaissance, un nuovo Rinascimento globale. Superando i canoni della scultura tradizionale, la mostra eleva l'arte a forza vitale e generatrice, capace di innescare una profonda trasformazione tanto sociale quanto biologica. Palazzo Rota Ivancich non funge solo da contenitore, ma diventa parte strutturale ed integrante della mostra: uno spazio interno suddiviso su più piani, dove ogni stanza si trasforma in una soglia e occasione per una nuova, ibrida dimensione. La storia stessa dell'edificio, fatta di restauri e reinvenzioni, riecheggia il tema centrale della mostra, riflettendo sull'interconnessione tra essere umano e natura. Attraversando i tre piani, il visitatore vive il palazzo come un "bozzolo": uno spazio in cui le forme si dissolvono, si ricompongono e riemergono trasformate.

Materiali come bronzo, marmo, vetro, fotografia e video si fondono per dare vita a un dialogo tra passato e futuro, alimentando la tensione tra individuo e collettività, materia e forma, eredità e metamorfosi. La statuaria classica viene reinterpretata dando origine a opere che si fanno punto di incontro tra biologia e cultura, tra dimensione locale e globale, in un gioco di tensioni sospeso tra solitudine e solidarietà.

Koen Vanmechelen dichiara: “Per secoli abbiamo pensato di essere soli. Ci siamo immaginati al centro di ogni cosa: la misura del progresso, gli autori della pace, i custodi del paradiso e  l’apice dell’evoluzione. Man mano che la mostra si svela, gli animali si rivelano non come metafore o reliquie, ma come messaggeri di una verità diversa. Nel loro sguardo, ci confrontiamo con il prezzo della nostra addomesticazione: come abbiamo domato il mondo e, così facendo, abbiamo perduto la nostra stessa natura selvaggia. Questa non è nostalgia per un Eden perduto, ma un confronto con i limiti dell’eccezionalismo umano. La natura non ha bisogno della nostra pietà, solo della nostra volontà di coesistere. La chiave minore della sopravvivenza non è la conquista, ma la reciprocità e l’ibridazione.”

We Thought We Were Alone segna un’evoluzione nella pratica concettuale di Vanmechelen. Le opere prendono le mosse da reinterpretazioni di sculture classiche, come Medusa e Le Tre Grazie, ma superano tali riferimenti per concentrarsi su come l'opera d'arte sia plasmata attraverso relazioni e interconnessioni. Invece di esistere come oggetti isolati, i lavori prendono forma attraverso reti di connessioni umane, animali ed ecologiche, dove la comunità gioca un ruolo centrale nella creazione del significato. Unendo elementi diversi, il progetto sfida i confini prestabiliti e incoraggia al contempo il dialogo e la comprensione sociale, collocando la vita umana all'interno di sistemi più vasti e interconnessi di ecosistemi globali e sostenibilità.

La pratica artistica di Koen Vanmechelen tende a espandere costantemente i confini tra espressione artistica, ricerca scientifica e impegno comunitario, grazie ad un approccio prettamente  interdisciplinare. La mostra, inoltre, si pone come perfetta continuazione del Cosmopolitan Chicken  Project, un’esplorazione globale e transdisciplinare della diversità bioculturale e dell’identità attraverso l’interazione tra arte e scienza. A ciò si aggiunge la sua attività continua presso LABIOMISTA, un parco culturale di 24 ettari in Belgio dedicato a progetti guidati dalla comunità e che coinvolge realtà locali pur mantenendo una prospettiva internazionale. Ogni anno, LABIOMISTA sviluppa il proprio programma attorno a un tema centrale e, nella sua ottava stagione intitolata Never Alone, pone in primo piano l'idea di interconnessione collettiva.

In dialogo con il tema della Biennale di Venezia, In Minor Keys, la mostra dedica una sala all'esplorazione del Wild Gene Festival, un progetto collaborativo tra Koen Vanmechelene il celebre musicista senegalese Youssou N’Dour, inaugurato originariamente il 1° agosto 2025 presso LABIOMISTA. In questa occasione, il festival ha trasformato il parco in un palcoscenico a cielo aperto, ospitando una co-performance di musica dal vivo eseguita da Youssou N’Dour e Le Super Étoile de Dakar, intrecciata alla creazione in tempo reale di una tela monumentale di nove metri dipinta da Vanmechelen. All'interno del Palazzo, la sala presenta due video che mettono in risalto la comunità che ha dato vita al festival, creando uno spazio condiviso di musica, ritualità e creatività collettiva.

Youssou N’Dour dichiara: “L'installazione del Wild Gene Festival a Venezia trasforma il Palazzo in un luogo dove arte e musica si fondono, invitando i visitatori a vivere e celebrare i ritmi della creatività e della connessione attraverso questa architettura sonora, unendo suono, gesto e colore per riflettere sull'identità, sulla comunità e sul dialogo vivente tra l'uomo e la natura.”

Il curatore James Putnam dichiara: “Vanmechelen non si limita a illustrare l'idea di una vita interconnessa; ne progetta le condizioni affinché essa si sveli visibilmente. Mettendo in scena forme ibride, soglie e sistemi fragili in tutto il palazzo, trasforma una premessa familiare in un'esperienza fisica: una negoziazione continua tra forma e trasformazione.”


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