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Visualizzazione post con etichetta Jan Fabre. Mostra tutti i post
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sabato 4 maggio 2019

Jan Fabre The Man who Measures the Clouds



In occasione della 58. Mostra Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, il grande artista e autore Jan Fabre torna in Laguna con la presentazione di uno speciale progetto di arte pubblica. Installata all’interno del Giardino di Palazzo Balbi Valier e visibile dal Canal Grande, la scultura monumenale in foglia d’oro “The Man who Measures the Clouds (Monument to the Measure of the Immeasurable)”, si staglia a nove metri d’altezza.


 Il progetto nasce dalla collaborazione di Angelos (Anversa, BE), EdM Productions e Foundation Linda and Guy Pieters (Saint-Tropez, FR) ed è a cura di Joanna De Vos. Sarà svelato al pubblico lunedì 6 maggio alle 17 e resterà sino al termine della Biennale Arte 2019, domenica 24 novembre. Si tratta della decima partecipazione attiva di Jan Fabre alla grande kermesse veneziana, dove aveva debuttato ventiseienne nel 1984 ai Giardini, come rappresentante del Belgio. Nel tempo, Fabre è stato protagonista sia come artista della selezione ufficiale che in relazione a eventi collaterali. 

The Man Who Measures the Clouds (Monument to the Measure of the Immeasurable) è una inedita e unica opera monumentale rifinita in foglia d'oro. Concepita appositamente per Venezia, richiama a un legame profondo con questa città, instaurato nei decenni scorsi. Sporgendosi sopra l'arco che conduce al Giardino di Palazzo Balbi Valier dal Canal Grande, questo imponente uomo d'oro riflette non solo la deriva dell'artista e dell'umanità, ma anche il significato e i valori storici di questa mitica città galleggiante.

 Il titolo della scultura si riferisce alla vicenda dell’ornitologo Robert Stroud, che al momento della sua liberazione da Alcatraz aveva affermato che da quel momento in poi si sarebbe dedicato unicamente a “misurare le nuvole”, e contiene un invito a riflettere sul ruolo dell’artista nella società. L’opera si presta a essere letta come “metafora dell’artista che cerca di catturare l’impossibile attraverso il suo lavoro”, per citare lo stesso Fabre, prendendo ispirazione all’asserzione del filosofo Protagora «L'uomo è la misura di tutte le cose, di quelle che sono per ciò che sono, e di quelle che non sono per ciò non sono». 

Per i greci, l’uomo è l’unità di misura del rapporto reciproco tra gli oggetti e, allo stesso modo, l’uomo di Fabre si pone a misura di tutte le cose, in omaggio alla grandezza dell’immaginazione umana. Dai greci fino ad oggi l’uomo è attratto dalla monumentalità: più grande, più visibile e più potente. La scala e le dimensioni della scultura di Fabre, insieme alla sua installazione all'aperto a Venezia, hanno un profondo impatto sul suo significato e sul modo in cui viene vissuta. Jan Fabre usa l'enorme altezza di questa scultura per rendere fisicamente visibile l'estensione dello sforzo umano? L'uomo vuole sempre misurarsi e ama eccellere, è impossibile trascurare questi fatti in una città storica come Venezia. 

Il soggetto è un uomo in abiti contemporanei che, protendendo le braccia al cielo, si erge su una scala da biblioteca, sorreggendo con entrambe le mani una riga da geometra, nel gesto di misurare gli oggetti celesti. La figura sembra rappresentare Fabre stesso, ma è di fatto modellata sul corpo del suo fratello più giovane, Emiel Fabre, che morì in tenera età; la somiglianza tra i due fratelli era inconfutabile. La spinta longitudinale del corpo si incontra con la decisa orizzontalità della stecca che sorregge, realizzando un culmine dove avviene una riconciliazione temporanea tra tensione orizzontale e verticalità. L’equilibrio compositivo riecheggia la perfezione a cui l’uomo aspira, al punto tale da porsi a unità di misura di tutto il creato, di spingersi sempre più in alto, puntando il cielo con le sue opere d’arte monumentali e le magnifiche architetture che sono testimoni tangibili del suo desiderio di affermazione. L’opera in bronzo silicio si completa di una copertura in foglia d’oro, a farne una sorta di idolo/icona contemporaneo. Le dimensioni colossali della scultura e il suo aureo fulgore restituiscono magnificenza all’impresa umana. L’utilizzo dell’oro nel contesto veneziano riporta alla memoria anche molteplici connessioni con la storia della città e degli uomini che l’hanno abitata e resa nei secoli una potenza commerciale.


 È infatti a Venezia, nel 1284, che è stata coniata la prima moneta d’oro che per 600 anni è rimasta il punto di riferimento per tutte le valute europee. Oggi, è a Venezia che sopravvive l’antica lavorazione della foglia d’oro, all’interno dell’unica bottega esistente in Europa, ancora in grado di utilizzare le tecniche originali del XVIII secolo. Chi è dunque questo misuratore dell’ignoto che si illude di poter comprendere la grandezza dell’immisurabile? Jan Fabre lascia l’osservatore con un dubbio irrisolto, un “pensiero creativo” che spinge ad alzare lo sguardo all’insù per constatare l’indefinitezza del cielo sopra Venezia e della stessa prospettiva umana. Jan Fabre ci offre un monumento alla misura dell'incommensurabile. Sfida lo spettatore a ripensare il significato delle proporzioni. 

Il progetto sarà corredato da una pubblicazione, con il testo di Joanna De Vos, in edizione limitata di 300 copie, di cui 200 numerate e firmate da Jan Fabre e Joanna De Vos; progetto grafico di Aline Billiet. 



giovedì 9 giugno 2011

Venerdì 3 Giugno – ho un sassolino nella scarpa!




Oramai la mente comincia a fare un poco di confusione, vacilla, tentenna …

L’opera di X era là o era dall’altra parte? Ma il quadro che ho visto era blu o rosso? E sì qui alla fine il paradiso si trasforma in un inferno...

Via troppa roba!

E' anche vero che non si deve vedere tutto (e infatti molte cose le ho lasciate... ).

Però mi domando anche fino a che punto tutto questo marasma di arte serva, visto che molta pare un piacevole piacere autoreferenziale e le cose veramente interessanti sono davvero poche.

Come sempre lasciamo spazio a tutti i gusti e idee.

Sicuramente i video sono tornati. Sarà la crisi ma sono ricomparse una marea di mediocri video, documenti e quant’altro che potrebbero essere messi praticamente su youtube evitando così inutili spostamenti e noiosissime code.

Forse in alcuni casi, con un minimo di allestimento come nel caso del padiglione Giappone con Tabaimo, si apprezza maggiormente l'opera.

Riassumendo però tante le code, a volte inutili, come quella della Gran Bretagna con Mike Nelson che ripresenta solo 8 anni dopo un padiglione interno/esterno simile a quello della Germania di Gregor Schneider nel 2001, che vinse il Leone, d’oro, o come quello americano che giocando con gli atleti mette sempre più in dubbio la capacità degli artisti di fare arte, lasciando grossi dubbi ed interrogativi se l'arte debba essere così vicina all'intrattenimento.

Esemplare a questo proposito il gruppo di padiglioni Spagna ed Olanda, in cui la parola detta o scritta è l'elemento dell'opera... ma allora non è sociologia spicciola.

Aspetto di ascoltare anche i commenti e le critiche, di chi come me, passerà (o è già passato) qualche giornata in questa sorta di "mirabilandia" di eventi, commentando quelli che più vi son piaciuti e che magari io mi sono perso.

Torniamo per ora a segnalare le cose più belle che ho visto oggi.

Sono ripassato ai Giardini e all’Arsenale così ho potuto rivedere certi lavori e apprezzarne altri, visti con più stanchezza ed un po' più di distacco.

Mi lascia un poco perplesso l’opera di Jan Fabre, che pare giocata troppo sull’effetto spettacolare.

Domani concludo con la Punta della Dogana e un giro a rivedere le cose che mi avevano affascinato di più.

domenica 15 maggio 2011

Pietas Jan Fabre a Venezia




Dal 1° giugno al 16 ottobre 2011, durante la 54^ edizione della Biennale d’arte di Venezia, la Nuova Scuola Grande di Santa Maria della Misericordia (Sestiere Cannaregio 3599) ospiterà il nuovo evento espositivo di Jan Fabre (Anversa, 1958), dal titolo PIETAS.

Curata da Giacinto Di Pietrantonio e da Katerina Koshina, promossa dalla GAMeC - Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo, dal State Museum of Contemporary Art di Salonicco e dal Kunsthistorisches Museum di Vienna, la mostra presenterà cinque grandi sculture in marmo puro e marmo statuario di Carrara dell’artista fiammingo.

Tra queste spicca l’inedita rilettura fatta da Fabre della Pietà di Michelangelo, dal titolo Sogno compassionevole (Pietà V) nella quale il Cristo ha il volto dell’artista stesso e la Madonna ha quello di un teschio, simbolo della morte.
Lungi dal proporre un messaggio blasfemo o semplicemente provocatorio, l’opera rappresenta una ‘scultura-performativa’ che mette in scena i veri sentimenti di una madre che vuole sostituirsi al figlio morto.

Tutte le sculture riportano forme di pietà interpretate da Fabre attraverso i sentimenti della compassione e della conciliazione. Sono organi e corpi anatomici che all’interno del suo lavoro assumono la forma e la potenza del simbolo, realizzati con la precisione maniacale tipica dell’antica scuola fiamminga, ma che si confrontano anche con la potenza scultorea michelangiolesca.

Dal punto di vista formale, Fabre usa l’elemento del cervello, già protagonista delle esposizioni realizzate in contemporanea alle Biennali di Venezia. Come nel 2007 con Anthropology of a Planet e nel 2009 con From the Feet to the Brain, quest’organo - collocato anatomicamente nella parte superiore del corpo umano - continua a rivestire una centralità anche nell’edizione Pietas del 2011.

Tutte le cinque sculture saranno poggiate su una grande pedana dorata alla quale sarà possibile accedere dopo aver indossato un paio di pantofole messe a disposizione in otto postazioni laterali, per compiere il rito sacrale della visione.
Allo spettatore verrà consentito di salire sulla pedana-palcoscenico e divenire così attore tra le 5 bianche sculture, il cui tema ‘vita - morte - resurrezione’ si ricollega a quello dell’eterna metamorfosi. Per questo motivo, Fabre ha disposto anche 10 nidi - uno per ogni colonna - ricoperti da gusci di scarabeo gioiello, l’animale simbolo della metamorfosi, sacro agli antichi Egizi e all’artista stesso.

Tutto questo rappresenta un percorso iniziatico che segue delle tappe, rappresentate dalle quattro sculture di cervelli che fungono da base-mondo-cosmo per altrettante simbologie naturalistico-cristologiche e che si conclude con la visione della Pietà neo-michelangiolesca.

Attraverso questa mostra, Fabre riflette sulle regole artistiche del proprio lavoro e sui limiti della sua precedente attività, i cui principi di base possono essere riassunti nella coscienza della forza delle immagini del reale e del simbolico insita nella tradizione dell’arte fiamminga in relazione a quella italiana, ma che tiene anche conto della storia artistica e personale di Fabre elaborata tramite la forza visiva di performance e teatro ed emersa sotto forma di tableaux sculturali; nella concentrazione sul corpo come punto di cristallizzazione tra vita, morte e rinascita; infine, nell’attrazione per l’insetto, simbolo della metamorfosi posizionato nel cervello, la sede del pensiero.

Scegliendo ancora una volta una tecnica antica (la scultura di marmo) Fabre continua la sua intensa indagine visionaria sulle pratiche originarie dell’arte in cui mostra la sua visione ideale della vita simbolica rivelando in modo più che mai chiaro quell’anacronismo artistico volutamente scelto che determina la sua originalità.
Jan Fabre si è sempre mosso nell’area nera popolata dalle creature estinte, l’area dei saperi rimossi e laterali che ricorrono ossessivamente nella sua arte che è anche un archetipo di rischio, di minaccia e di perdita di ciò che incarna la solitudine dell’artista nella vita come nella morte, un imperscrutabile pozzo interno, fatto di sogni e di visioni in cui rifugiarsi