Translate

Visualizzazione post con etichetta #biennalearte2015. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta #biennalearte2015. Mostra tutti i post

giovedì 7 maggio 2015

Future Histories



V-A-C Foundation è orgogliosa di presentare la mostra Future Histories, un dialogo tra Mark Dion e Arseniy Zhilyaev, a cura di Magnus Af Petersens.

Partendo dalle pratiche museali di raccolta ed esposizione delle opere d’arte, i due artisti metteranno in scena un vero e proprio wunderkammer, nel tentativo di creare ed immaginare un museo nel futuro.

Gli artisti giocano sulla natura ambivalente dei musei, da una parte luoghi meravigliosi dove è possibile scoprire e imparare, dall’altra istituzioni per una classificazione colonialista di controllo dell’altro, fino al loro ruolo di guardiani della storia ufficiale.

Mark Dion presenta The Wonder Workshop (Il laboratorio delle meraviglie), un laboratorio in funzione dove un gruppo di artisti è all’opera per produrre una serie di sculture partendo da incisioni del XVII secolo che raffigurano animali “esotici”, con l’obiettivo di esporle in un museo del futuro. Le incisioni, fatte da un artista, sono a loro volta copie di dipinti di uccelli, che erano stati uccisi da un esploratore europeo in Sud America e poi portati ad Amsterdam o Harlem e venduti ad un collezionista. Le incisioni del XVII secolo rappresentavano quindi l’ultimo anello di una catena, quella del destino dell’uccello. Questa catena è ora portata avanti da Mark Dion e dal suo gruppo di artisti e artigiani, più di tre secoli dopo.

Nel suo nuovo lavoro, Cradle of Humanity (La culla dell’umanità)Arseny Zhilyaevpropone una inquietante immagine di un futuro lontano:  dopo che l’umanità ha lasciato la Terra, una civiltà galattica chiamata “La culla dell’Umanità” vi allestisce un museo di conservazione, dedicato alle origini della vita e della civiltà. Il museo immaginario del futuro non commemora solo figure storiche ed eventi-chiave che hanno portato alla conquista dello spazio, ma offre anche servizi particolari, riportando in vita gli antenati del visitatore e donandogli un corpo nuovo ed affascinante, ottenuto attraverso ricerche sul DNA. Quindi, osservando dalla prospettiva del futuro il museo come istituzione, Zhilyaev ne svela il ruolo ambivalente nella formazione delle nostre idee sul mondo e la vita all’interno della condizione politica ed economica contemporanea.

Verrà prodotto un catalogo interamente illustrato di accompagnamento alla mostra.

La Fondazione V-A-C si dedica alla presentazione internazionale, la produzione e lo sviluppo dell’arte contemporanea russa attraverso una moltitudine di forme, nella cornice di un programma educativo ravvivato e aggiornato. Particolarmente importante in Russia per la nuova generazione di artisti, l’obiettivo di V-A-C è quello di sostenerli concretamente e ampliare le piattaforme per i talenti del paese, dando agli artisti la possibilità di sperimentare, esaminare ed entrare in contatto con le attività culturali internazionali, sviluppando un linguaggio artistico autonomo e autentico. È giustamente considerata come uno dei sostenitori chiave nell’apertura della cultura russa contemporanea al resto del mondo, nel sostegno concreto, e nello sviluppo di artisti emergenti attraverso la ricerca di nuove piattaforme internazionali per l’esposizione e le opportunità di commissioni, così come per incoraggiare allo scambio interculturale – oggi particolarmente importante.


mercoledì 6 maggio 2015

La voce dell'arte - un primo sguardo sulla Biennale

“C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove a noi appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta”.
Walter Benjamin, Tesi di filosofia della storia


Dal 1985 a oggi sono trascorsi 120 anni di storia, raccontati nella Biennale da centinaia di opere a cui, da oggi, si aggiungono nuove suggestioni.

Il grande progetto culturale di Okwui Enwezor mi colpisce con l’Arena, spazio per l’omaggio alla Biennale del 1974 dedicata agli eventi del Cile, progettata David Adjaye, qui si svolgerà la lettura, diretta da Isaac Julien, completa di “Das Kapital” di Karl Marx, fulcro degli eventi circostanti, letto come un rito sikh dell’Akhand Path.
Questo sarà il luogo dell’espressione orale.
Olaf Nicolai rielabora i suoni Luigi Nono e le parole di Cesare Pavese, Joana Hadjithomas, Mathieu Kleyebe Abonnenc, Charles Gaines e Khalil Joreige operano con performance quotidiana, Jason Moran  e Jeremy Deller esplorano la memora del lavoro e Lili Reynaud Dewar il tema dell’epidemia di Aids.
All’Arsenale incrociamo diversi lavori dai forti caratteri come nelle Corderie il Theaster Gates di Martyr Construction un’installazione sulla questione del ripetuto smantellamento di numerose chiese appartenenti a quartieri con etnie afroamericane e ispaniche negli States.
C’è anche un “Laguna’s Tribute: A Corner Speaker“ proposto da Saâdane Afif sul Viale Garibaldi prossimo ai Giardini della Biennale e all’Arsenale dove ci sono le performance di Jennifer Allora e Guillermo Calzadilla, che ripensano il “Die Schöpfung” (La Creazione) di Joseph Haydn.”
Si conferma così un gran vociare; che come sempre nell’ambito delle arti visive mi lascia un poco perplesso, sia perché le includerei più nell’ambito del teatro sia per il reale valore di trasformazione, visto che spesso sembrano dei vacui remake del passato proposto ad un pubblico sempre più impermeabile a queste istanze, così evidente in questi giorni di party, lusso sfrenato, feste e notti tarde che stridono con i temi affrontati.
Ma cogliamone le positive istanze e speriamo che incidano un poco sulla sensibilità dei visitatori.
Questa attenzione alla tradizione orale dovrebbe essere il viatico per i diversi progetti nazionali, che vedremo nel prossimo articolo.

Sicuramente il progetto di Okwui Enwezor è di carattere storico, basta vedere la presenza di Bruce Nauman, lo sguardo sulla filmografia di Harun Farocki, declinato ad un’attenzione a figure di ricerca come Walker Evans, con un set completo tratto dall’edizione originale di Let Us Now Praise Famous Men; Sergej Ejzenstejn; l’artista multimediale Chris Marker; l’installation artist Isa Genzken; lo scultore-compositore Terry Adkins; l’autore-regista Alexander Kluge; l’installation artist Hans Haacke; l’artista concettuale Teresa Burga; il performance artist Fabio Mauri; lo scultore Melvin Edwards; la pittrice Marlene Dumas; l’artista-attivista Inji Efflatoun; il land artist Robert Smithson; la pittrice Emily Kngwereye; il regista Ousmane Sembène; lo scultore Ricardo Brey; l’artista concettuale Adrian Piper, e altri pittori come Tetsuya Ishida e Georg Baselitz.”
Approfondendo il progetto curatoriale la riflessione sul passato risulta molto stimolante, è importantissimo avere rapporti con Mnemosyne, ma ancora più significativo poter andare oltre, prepararsi al futuro, per poterlo scorgere o almeno pensare.
La presenza italiana non è folta ma in compenso c’è quella nigeriana, paese d’origine del curatore, e si manifesta con “The Invisible Borders Trans-African Project” un’organizzazione fondata nel 2009 in Nigeria che riunisce artisti africani – soprattutto fotografi, scrittori e cineasti – con l’impegno e la passione del cambiamento sociale, per riflettere sulla questione delle frontiere e sulle implicazioni connesse nell’Africa del 21° secolo. Invisible Borders presenterà alla 56. Esposizione il suo Trans-African Worldspace, una panoramica della produzione fotografica e audiovisiva più recente e attuale realizzata dalla piattaforma. Tale produzione sarà generata e inclusa nella presentazione con una cadenza regolare, durante i sette mesi di apertura dell’Esposizione. Inoltre, il gruppo presenterà nell’ARENA il documentario Invisible Borders 2011, The Film, che sarà seguito da una discussione sullo stato delle cose nella scena dell’arte contemporanea trans-africana e le idee critiche poste al centro dell’attività.”
Ci sarà anche il collettivo siriano “Abounaddara” gruppo di cineasti che lavora su documentari estemporanei, altrimenti conosciuto come “cinema di emergenza”, e che hanno riflettuto a lungo sul diritto all’immagine. Il gruppo impiega un’estetica di disorientamento e do-it-yourself, autoproducendo i propri film e distribuendoli online per evitare la censura politica e i costrittivi dettami dell’industria dei media e dell’entertainment. Dalla sua fondazione, nel 2010, Abounaddara ha realizzato una serie di brevi documentari che celebrano la vita quotidiana della gente comune in Siria. In seguito alla sollevazione popolare del marzo 2011, il collettivo ha iniziato a produrre un breve film ogni venerdì, un’iniziativa tuttora in corso, realizzata grazie a una rete di cineasti volontari che operano in segreto per motivi di sicurezza. Nell’ARENA della 56. Esposizione Abounaddara presenterà ogni venerdì, in prima rappresentazione, un’installazione video di una selezione di film tratti dall’ampio corpus dei lavori già realizzati dal collettivo e anche una nuova pellicola.
E' siamo solo all'interno del progetto curatoriale!
Come sempre tantissimo materiale che bisognerà lasciar sedimentare per poterlo approfondire.
Per cui ora concludo qui e riprenderò prossimamente.
d.o)

#biennalearte2015

PRESS ROOM




PRESS ROOM is a temporary community that will come together for an intensive period of dialogue and creative investigation over the period of the Venice Biennale preview week. Inspired by the stage-like qualities and meditative aura of the official press room at the 2013 Biennale, PRESS ROOM will mirror the structures and activities of the 2015 Biennale's official preview week, to establish an experimental press, questioning through conceptual briefs and artistic acts how information is constructed and disseminated.

Three breakfast ‘press briefings’ take place in Venice on the mornings of 6th, 7th and 8th May. They are open to anyone to attend. Select curators, journalists, thinkers and art world individuals have been invited to contribute a conceptual news brief for the artist reporting team to respond to. Members of the public are invited to join this experimental press as citizen journalists – just attend a breakfast meeting.

All briefs and responses are broadcast on social media, via the PRESS ROOM twitter account @pressroomvenice and published onhttp://pressroom.org.uk/ 

Follow the ‘Breaking News’ announcements to keep up to date with the project’s developments, including preparations for the events, conceptual briefs and their artistic responses.

Over the coming weeks we will announce our guest editors and artists. Follow @pressroomvenice for details.


Breakfast press briefing sessions at the Venice Biennale:


Venue: Movie Bistro, San Marco, Venice, Campo Manin, 3997/d
Dates: 6, 7 & 8 May 2015
Times: 8.45am – 10 am. Briefings 9am – 9.30am.

Million Stone / Milion Taşı



Il Milion, la pietra miliare eretta a Costantinopoli nel quarto secolo, emblematico luogo di partenza per la misurazione delle distanze di tutte le strade che conducevano alle città dell'Impero Bizantino e al contempo simbolo del potere maschile per l’intrinseco rimando culturale al fallo.

La leggenda di Lilith, la dea sumera della fertilità e dell’agricoltura, che fu in seguito demonizzata e  divenne nota come la prima donna a ribellarsi alla dominazione maschile.
La storia e il potere delle relazioni Istanbul, un tempo ritenuta il centro del mondo; una città dai molti nomi, crocevia di diverse culture e religioni, dove ogni nuovo potere e forza politica cambiava il nome  e il tessuto culturale precedente in base alla propria identità.
La considerazione fondamentale che le religioni siano una la continuazione dell’altra. 

Su questi riferimenti concettuali l’artista turco Ahmet Güneştekin, già alla ribalta dello scenario artistico internazionale, trasfomerà i seicento metri quadri del suggestivo complesso della Pietà in Million Stone / Milion Taşı.

La mostra, curata da Matthew Drutt, noto editor, autore e curatore indipendente americano, e commissionata da una delle cinque gallerie d’arte più influenti al mondo – la Marlborough Gallery – presenta otto opere inedite e recenti di Güneştekin, che evocano simbolismi atavici e veicolano forti messaggi attraverso un progetto espositivo destinato a far parlare di sè.

Artista autodidatta e poliedrico, Güneştekin adopera tecniche libere del tutto singolari, che sono il risultato della sua personale sperimentazione scevra dalla formazione accademica. La sua produzione è sensibile al richiamo di un’arte tradizionale locale, e impiega motivi decorativi marcatamente geometrici ispirati a tappeti, lampade e manufatti ottomani in rame. 

In tutte le opere dell’artista i caratteri, i simboli e le scene parlano di tempi antichi e si intrecciano in racconti che toccano le questioni essenziali dell’umanità.

La produzione di Güneştekin, che rielabora l’aspetto figurativo in modo astratto e stilizzato, può essere descritta come un’interpretazione delle narrazioni orali, dei miti e delle leggende delle civiltà anatolica, mesopotamica e greca. Opere di forte impatto (uno dei motivi ricorrenti è il disco solare), rimandi optical, tele che paioni bassorilievi, installazioni ed esplosioni solari mettono a nudo l’approccio personale dell’artista, teso ad andare oltre alle tecniche pittoriche convenzionali su tela.

Con Million Stone, una scultura in marmo nero alta quasi quattro metri, Güneştekin nega il fallo, nucleo simbolico dell’antica pietra miliare, per rappresentare il superamento dell’idea di genere.

Di fronte al Million Stone sono collocate tre opere, ispirate alla leggenda di Lilith, che si contrappongono al potere maschile. La donna e l’uomo condividono gli stessi diritti.

La storia di Istanbul è molto presente: per svelare l’origine dei suoi numerosi nomi, Kostantiniyye – una colossale scultura costituita dalle tredici lettere che compongono la parola stessa – riunisce tutti i nomi passati della città, accumulatisi, come i monumenti, nella sua secolare memoria culturale: Byzantion, Byzantium, Nuova Roma, Costantinopoli, Constantinopolis, Dersaadet, Islambol, Asitane, Dar-ul-Hilafet. Questo progetto ci stimola a comprendere la storia della città nel quadro delle relazioni di potere, al di là del contesto storico. Sottolineando che il passato è un fenomeno costruito nel presente, l’opera riunisce in un presente senza tempo le tracce depositate nella memoria collettiva. L’artista intende fornire un punto di osservazione che consenta di mettere in discussione la natura delle relazioni di potere.

La serie Holy Encounter si propone di creare valori e concetti comuni ed esprime la possibilità di sviluppare un punto di vista eguale su religioni diverse.

Dopo lo straordinario successo di “Momentum of Memory” (la prima personale di Ahmet Güneştekin in Italia, considerata dallo stesso Massimiliano Gioni come una delle dieci mostre imperdibili nell’ultima Biennale), il progetto attuale dell’artista dà voce alla degenderizzazione e all’anima mistica del suo paese, portando alla luce racconti leggendari e storie che attraversano i confini geografici, dimostrando una matrice comune alle diverse culture.


Ahmet Güneştekin
Million Stone / Milion Taşı
A cura di Matthew Drutt
La Pietà - Santa Maria della Pietà, Castello 3701– Venezia

martedì 5 maggio 2015

Museum - Lithuanian Pavilion






The Ministry of Culture of the Republic of Lithuania, the Lithuanian Council for Culture, and the Nida Art Colony of Vilnius Academy of Arts have the pleasure to invite you to the opening of

Dainius Liškevičius’ project MUSEUM 

in the Pavilion of Lithuania at the 56th International Art Exhibition – la Biennale di Venezia

on Wednesday, 6 May 2015, at 5 pm with the artist’s performance

The Lithuanian pavilion and the opening ceremony will be in the garden of the Palazzo Zenobio, Fondamenta Soccorso, Dorsoduro 2596, Venezia
---

Museum, which originated in 2012 as a black cube intervention in the Lithuanian National Gallery of Art in Vilnius (formerly the Museum of the Revolution of the Lithuanian SSR), has arrived in Venice as an artist-created institution which can tell and do what ordinary museums cannot. The artist’s ways of storytelling and rhetoric simulate the phenomenon of a museum itself, with its rules and methods. In this way, a discursive space with overlapping subjective and objective interpretations of time is created. As the Lithuanian national pavilion, Museum seemingly alludes to the idea of the curator Okwui Enwezor that a national pavilion is “the most anachronistic exhibition model”. At the same time, it offers a relevant model of conduct for today’s world, full of national and geopolitical conflicts.

The multi-layered collection that has been put together by the artist works as an elliptical time loop. It simultaneously takes us back to the recent Soviet past, questions the present, and projects our anxieties on to a future that is full of cultural and geopolitical tensions. Museum is essentially a one-off piece of artistic research, but it is not only relevant in exploring the depths of the Soviet totalitarian regime. It is also a possible model for dealing with present-day hegemonic powers, and their impact on the public discourse and the freedom of the artist. We can also interpret Museum as a new kind of patriotism, which rethinks the new democracies’ national myths, and their attempts to create legitimacy for a contemporary nation-state. 

In his vision of Lithuanian (art) history, revamped with subtle irony, the artist offers an unexpected version of the archaeology of objects. Here, every object has both a personal and a collective history that conveys the signs of the times, and allows us to travel in time. Within the space of Museum, Liškevičius’ own life story intertwines with those of dissident revolutionaries and idealised cultural figures (such as Jean-Paul Sartre), further erasing the thin line between subjective and objective forms of storytelling.

Tours to Museum will be given by Lithuanian, English (and sometimes Italian) speaking guides, who will help viewers to find the intersecting multi-linear narratives in it. The printed English guide will help to uncover the stories behind the three revolutionary personalities and some of the exhibits. There is also a book Museum (2013), with full commentaries on the project and extensive illustrations.

Commissioner/Curator of the Lithuanian Pavilion dr. Vytautas Michelkevičius

---

Dainius Liškevičius (born 1970 in Kaunas, lives and works in Vilnius) is one of the most prominent Lithuanian artists, who started his artistic career with Lithuania’s independence. With the incredible socio-political changes since 1990, his creative work has evolved through very different media and styles. Performativity and the fluctuating identity of the artist, both as a theme and as a form, are among the main keywords describing his work. The artist studied sculpture and later postgraduate studies at Vilnius Academy of Arts, and is an active participant in national and international shows. www.liskevicius.lt




Lithuania's representation at Venice in 2015 is organised by the Nida Art Colony of Vilnius Academy of Arts. 

Check www.museo.lt to find out more about the Lithuanian pavilion at the 56th International Art Exhibition – la Biennale di Venezia.

The Lithuanian pavilion will run daily (except Tuesdays) from 7 May until 30 September, 10am to 6pm.

For additional information, please contact the producer of the pavilion Ms. Daina Pupkevičiūtė daina@nidacolony.lt

The main sponsors of the pavilion are the Ministry of Culture of the Republic of Lithuania and the Lithuanian Council for Culture.

---

The bi-annual international art exhibition la Biennale di Venezia has taken place in the Giardini and the surrounding city since 1895. This year, the 56th international art exhibition is scheduled to be open to the public from 9 May to 22 November. The preview days are on 6-8 May.

Vilnius Academy of Arts is the only university-level state institution for higher education in art in Lithuania. The Nida Art Colony is a department of Vilnius Academy of Art, and runs residencies and educational and art production programmes in the resort town of Nida on the coast of the Baltic Sea.

HALKA/HAITI 18°48’05”N 72°23’01”W C.T. JASPER & JOANNA MALINOWSKA



The Polish Pavilion at the 56th Venice Biennale of Art will have the pleasure of presenting a panoramic film projection of the opera Halka by Stanisław Moniuszko, as it was staged in February for the inhabitants of Cazale, a village situated in the mountains of Haiti.

The winners of this year’s contest for the official Polish representation in Venice, artists C.T. Jasper and Joanna Malinowska and curator Magdalena Moskalewicz, decided to stage the opera in Haiti inspired by the mad plan of Werner Herzog’s Fitzcarraldo, who wanted to build an opera house in the Amazon. Fascinated by Fitzcarraldo’s faith in the universal power of opera, but not uncritical of the colonizing aspect of his actions, they decided to reveal and undercut its romanticism by confronting a set of very specific geographic, historical, and socio-political realities.

The destination for their quest was Cazale, a village inhabited by the descendants of Polish soldiers who had fought for the independence of Haiti. Sent to Saint-Domingue by Napoleon in 1802-1803 to put down the slaves’ rebellion, the Poles – who had joined Napoleon to fight for the independence of their own country –united with the local insurgents. As a result, these soldiers were granted an honorary legal status in the newly established republic. Still today, people from Cazale identify with their historical motherland and bear creolized last names of their Polish ancestors.

Considered a “national opera” ever since its 1858 Warsaw premiere, Halka was praised for its depiction of Polish folk culture at a time when the country was still struggling to regain independence. Far from a simple rural romance, the tragic love story of the eponymous highlander peasant girl seduced and rejected by her mighty landlord is haunted by the echoes of bloody peasant revolt, underscoring the tense class relations between Polish landlords and their feudal subjects. These echoes become even more prominent in the context of the Haitian Revolution.

Through the gesture of exporting a Polish national opera to the Haitian tropics, which resembles the standard efforts of governments promoting their countries abroad, the project’s authors mean to ask whether such an export could signify something other than cultural colonization or state promotion. Does the 19th-century operatic piece, which is absent from the international opera repertoire, really have the power to represent national identity? How can this identity be constructed in the 21st century, and to what extent can it be understood by other cultures? Could the opera’s themes resonate with Poland and Haiti’s shared histories to connect, for a moment, two geographically and culturally distant communities?

Though not a typical social-practice project, Halka/Haiti does aim to highlight this little-known aspect of Polish-Haitian history in order to attract international visibility to the community of Cazale. After two research trips, the final ten-day visit to Cazale in January/and February of 2015 included the choreographer, the theater director, and the director of photography, who together with the artists and the curator engaged with the local community in preparation for the performance. Two young men from the village worked as translators and coordinators of the daily dance workshops, and the Holy Trinity Philharmonic Orchestra from Port-au-Prince, a crucial partner in the Polish-Haitian collaboration, was invited to perform the score. The final shape of the opera performance in Haiti was a result of a collaborative process, an intentional product of the original form of Halka and the possibility of its staging under the local circumstances. Ultimately, the opera was performed by five soloists and the conductor of the Poznan Opera House, twenty-one musicians from Port-au-Prince, and eighteen dancers from Cazale on a road nestled between several houses, accompanied by passing motorbikes and animals, to an audience of over one hundred people.

In Venice, the Biennale audience is invited to experience a documentation of Halka as it was shown to the Haitian Poloné. Presented as a cinematic installation recalling the format of painted panoramas, Halka/Haiti probes the present-day power of traditional artistic genres to embody, represent, and, ultimately, construct national identities in the 21st century. The exhibition at the Polish Pavilion is accompanied by the publication of a book with newly commissioned essays by Géri Benoît, Katarzyna Czeczot, Kacper Pobłocki, and questionnaires completed by the project’s participants. It also includes an in-depth interview with C. T. Jasper and Joanna Malinowska, conducted by Trevor Smith, along with extensive photographic documentation from Cazale. Edited by Magdalena Moskalewicz, the book is co-published by Zachęta – National Gallery of Art and Inventory Press, with design by Project Projects.

Born in Poland, C. T. Jasper is an artist who splits his life between New York and Ulan Bator. His works oscillate on the threshold of various media, concentrating principally on video and electronic-partisan interventions in already existing film works. Jasper’s most recent projects include Erased (2013), Sunset of the Pharaohs (2014), and Vertigo (2015). His projects have been presented in numerous exhibitions in North America and Europe, most recently in Relations Disrelations (2015), a two-person survey show with Joanna Malinowska at Muzeum Sztuki, Łódź in Poland.

Born in Poland and based in New York, artist Joanna Malinowska works in sculpture, video, and performance. Her projects – often inspired by interest in cultural anthropology, cultural clashes, and music – have been exhibited in both solo and group exhibitions in the United States and Europe, at venues including the Sculpture Center, Art in General, Postmasters, and CANADA in New York; Espace Culturel Louis Vuitton in Paris; Saatchi Gallery and Nottingham Contemporary in Great Britain; Centre for Contemporary Art Ujazdowski Castle and Zachęta – National Gallery of Art in Warsaw. She was also included in the First Moscow Biennale, Performa’09, and the 2012 Whitney Biennial. A graduate of the sculpture departments at Rutgers University and Yale School of Art, Malinowska has received awards from the John Simon Guggenheim Foundation, the New York Foundation for the Arts, Smack Mellon, the Pollock-Krasner Foundation, and the Polish Ministry of Culture and National Heritage, among others. She is represented by CANADA gallery in New York.

Magdalena Moskalewicz is an art historian, critic, and curator. Currently A. W. Mellon Postdoctoral C-MAP Fellow at The Museum of Modern Art in New York, she leads a research group focusing on 20th-century experimental art from Central and Eastern Europe as a part of MoMA’s initiative, C-MAP. Previously editor-in-chief of Poland’s monthly contemporary art magazine Arteon, she now serves as co-editor of post, C-MAP’s digital publication. Awarded a PhD in art history from Adam Mickiewicz University for her research into the Polish neo-avantgarde of the 1960s, Moskalewicz has published and lectured internationally on Polish abstract painting, assemblage, and conceptual art. She has also written on more contemporary practices, most recently for Central European Companion to Political Ideas (Central European University Press, in print). In her scholarly, editorial, and curatorial work, Moskalewicz critically investigates local art histories and representations of national identities in order to reshape and revise dominant historical narratives.

Polish Pavilion Commissioner: Hanna Wróblewska
Deputy Commissioner: Joanna Waśko
Exhibition Curator: Magdalena Moskalewicz

Exhibition organized by 
Zachęta – National Gallery of Art 
pl. Małachowskiego 3
00-916 Warsaw
zacheta.art.pl
phone +48 22 556 96 01

Polish participation in the 56th International Art Exhibition in Venice was made possible through the financial support of the Ministry of Culture and National Heritage of the Republic of Poland. The exhibition in collaboration with Culture.pl

giovedì 30 aprile 2015

Rumors..

Rumors.. dal The Art Newspaper sulla Biennale



Gulf Labor Artist Coalition in Venice



The exhibition has invited as participants the collective Gulf Labor Coalition, which strives to ensure that workers’ rights are protected when contemporary art, precarious labor, and global capital intersect. Coalition members include artists, writers, architects, curators, and other cultural workers. The Coalition’s contribution to this year Art Biennalewill take the form of a public report in a series of plenary sessions dedicated to its investigations of labor conditions in the Persian Gulf and South Asia. Gulf Labor Coalition’s current focus is the ongoing construction of new cultural institutions on Saadiyat Island in Abu Dhabi, UAE. But whether engaged in direct action or streaming critical imagery, the group’s practice takes place in a public context that pivots on the imaginative and tactical leveraging of aggregated cultural and social capital.
 
Most recently Gulf Labor completed 52 Weeks, a year-long campaign (October 2013 to October 2014) in which artists, writers, and activists from different cities and countries contributed a work, a text, or an action each week that would highlight the coercive recruitment and deplorable living and working conditions of migrant laborers in Abu Dhabi. Because the Coalition’s focus on migratory and hazardous labor extends to similar conditions around the globe, they are constantly generating new research and interventionist campaigns.

lunedì 27 aprile 2015

Codice esterno, artisti internazionale guardano il Padiglione Italia



Saranno tre artisti internazionale a guardare il Codice Italia. Uno sguardo straniero sull'arte contemporanea italiana, un modo particolare di ripensare al "fare italiano".

Sono Peter Greenaway, William Kentridge e Jean Marie Straub .

Ne da ampia notizia il Corriere della Sera di oggi. 



domenica 26 aprile 2015

France Pavilion


Pour la 56e Exposition internationale d’art contemporain de la Biennale de Venise, Céleste Boursier-Mougenot compose une œuvre poétique qui évoque les folies des parcs romantiques du XVIIIe siècle tout en laissant transparaître une dimension politique. Ouverture pour les journées professionnelles à partir du 6 mai 2015.
 Avec rêvolutions, de l’artiste Céleste Boursier-Mougenot, accompagné de la commissaire d’exposition Emma Lavigne, le Pavillon français de la Biennale de Venise se transforme, à partir du 6 mai 2015, en îlot onirique et organique.

UNE CHORÉGRAPHIE ALCHIMISTE DE TROIS ARBRES MOBILES

Au sein des Giardini, le Pavillon français s’ouvre aux éléments, évoquant les « folies » des parcs romantiques du XVIIIe siècle. Il devient le théâtre d’une apparition et se transforme en un écosystème expérimental révélant un état de nature inédit.
Sous la verrière envolée du Pavillon et dans les allées arborées, Céleste Boursier-Mougenot déploie la chorégraphie alchimiste de trois arbres mobiles, qui se déplacent lentement en fonction de leur métabolisme, des variations du flux de leur sève, de leur sensibilité aux passages de l’ombre à la lumière. Ces chimères, hybridation de la machine et de la nature, sont sous-tendues par une vision animiste des arbres. Du Songe de Poliphile, l’énigmatique roman de Francesco Colonna à laDysphylaxie, nouvelle de Primo Levi, elles les métamorphosent en êtres transhumants, déterminés, et échappant soudain à leur condition d’êtres fixés au sol.

UN THÉÂTRE OUVERT

Tout en ravivant l’aspiration au merveilleux et à l’émerveillement des jardins maniéristes italiens, l’œuvre de Céleste Boursier-Mougenot laisse transparaître une dimension politique. Il s’agit de s’emparer des systèmes de contrôle des êtres vivants et de leurs déplacements pour composer une œuvre poétique où l’humain sensible peut habiter des espaces de liberté et de beauté déviante.
Bordé alentour par les arbres dont le bruissement électrique engendre un environnement sonore à partir du courant différentiel basse tension capté en direct, le Pavillon français se transforme en un théâtre ouvert. C’est un refuge au sein duquel le visiteur trouve un endroit où se reposer, où se laisser flotter en prenant place sur « les marches » en hémicycle qui imitent le motif du péristyle mais se révèlent souples au corps, dans un continuum harmonique, qui invite au rêve et à la réflexion.
Opérateur de la présence française à l’étranger lors des grands rendez-vous internationaux, l’Institut français assure le commissariat général du Pavillon français de la 56e Exposition internationale d’art – Biennale di Venezia en étroite collaboration avec le ministère de la Culture et de la Communication / Direction générale de la Création artistique.
En 2013, c'est Anri Sala qui avait représenté la France à la 55e exposition internationale d’art de la Biennale de Venise.


Céleste Boursier-Mougenot

Né en 1961, à Nice, Céleste Bousier-Mougenot vit et travaille à Sète. Présentés depuis près de vingt ans dans les lieux d'art contemporain, en France et à l’étranger, les travaux de Céleste Boursier-Mougenot, sont à considérer avant tout comme ceux d'un musicien. Après avoir été, de 1985 à 1994, le compositeur de la compagnie Side One Posthume Théâtre, de l'auteur et metteur en scène Pascal Rambert, il entreprend de donner une forme autonome à sa musique en réalisant des installations. À partir de situations ou d'objets les plus divers, dont il parvient à extraire un potentiel musical, il élabore des dispositifs qui étendent la notion de partition aux configurations hétérodoxes des matériaux et des médias qu'il emploie, pour générer, le plus souvent en direct, des formes sonores qu'il qualifie de vivantes. Déployé, en relation avec les données architecturales ou environnementales des lieux d'exposition, chaque dispositif constitue le cadre propice à une expérience d'écoute en livrant, au regard et à l’entendement du visiteur, le processus qui engendre la musique. Parmi ses œuvres les plus représentatives, on retiendra from here to ear, grande volière dans laquelle le public entre pour côtoyer des oiseaux dont les incessants déplacements produisent une musique. Depuis quelques années, il étend sa pratique à la chorégraphie, en appliquant à des objets en mouvement sa démarche « compositionnelle ».
Présent depuis de nombreuses années à l'étranger, Céleste Boursier-Mougenot a été le premier artiste français lauréat de l’International Studio Program (PS1) à New York en 1998-99. Il est actuellement représenté par la galerie Paula Cooper (New York), la galerie Xippas (Paris, Genève, Montevideo, Athènes) et la galerie Mario Mazzoli (Berlin). On a pu voir récemment son travail à la National Gallery Victoria de Melbourne en 2013, au Barbican Centre à Londres en 2010 ou à la Pinacothèque de São Paulo en 2009.
2015 s’annonce comme une année exceptionnelle pour l’artiste : après la Biennale de Venise, il présentera une installation paysage conçue spécifiquement pour le Palais de Tokyo. Il sera également invité de la Biennale d’Art Contemporain de Lyon en septembre, puis au Musée des Beaux-Arts de Montréal en novembre.
Emma Lavigne
Emma Lavigne est née en 1968. Elle vit et travaille à Metz, où elle est directrice du Centre-Pompidou Metz. Elle a été de 2008 à 2014 conservatrice pour l’art contemporain au musée national d’Art moderne/Centre de Création industrielle du Centre Pompidou, Paris, où elle a été commissaire de plusieurs expositions dont Danser sa vie (avec Christine Macel) qui étudiait les liens entre la danse et les arts visuels, et la rétrospective Pierre Huyghe. Elle prépare également l’exposition de Dominique Gonzalez-Forester à Paris. Elle est spécialisée dans les liens entre les arts visuels, la musique, la danse et la performance. Elle a été auparavant conservatrice à la Cité de la Musique à Paris, où elle a été commissaire de nombreuses expositions consacrées aux relations entre la musique et l’art contemporain, telles que Electric Body ou Espace OdysséeChen ZhenSaâdane Afif ou Christian Marclay. Elle a également organisé des expositions associées à la scène musicale rock, telles que Jimi Hendrix BackstagePink Floyd InterstellarJohn Lennon Unfinished Music, ou I am a cliché, sur l’esthétique punk, aux Rencontres internationales de la photographie à Arles. Elle a été co-commissaire en octobre 2008 de l’exposition Warhol Live et d’Imagine Peace avec Yoko Ono en avril 2009 au musée des Beaux-Arts de Montréal.


sabato 25 aprile 2015

Philippine Pavilion - Tie A String Around the World




Artists: Manuel Conde, Carlos Francisco, Manny Montelibano, Jose Tence Ruiz
Curator: Patrick D. Flores
The Philippine Pavilion moves around Manuel Conde’s Genghis Khan, a seminal Philippine film made in 1950 in Manila and Angono; re-edited and annotated by the American writer-critic James Agee; and screened at the Museum of Modern Art and the Venice Film Festival in 1952. It was co-written and designed by Carlos Francisco. Conde and Francisco are National Artists of the Philippines. The theme of the Pavilion comes from the line uttered by Genghis Khan at the end of the film as he promised his lady to lay the empire he will conquer at her feet.
As the Philippine representation returns to Venice in 2015 after fifty-one years, so is the film revisited as a trajectory into the very idea of Venice as the place that first recognized the country through the moving image. This travel offers an opportunity to reflect on the condition of the world today and the potential of a Philippine Pavilion to initiate a conversation on the changing configurations of this world--on the volatile meanings of territory, country, nation, border,  patrimony, nature, freedom, limit,  and the “present passing.”


At a tangent to Genghis Khan, the work of Jose Tence Ruiz, Shoal, references the Sierra Madre. TheNew York Times describes it as the vessel of Vietnam War vintage that “the Philippine government ran aground on the reef in 1999 and has since maintained as a kind of post-apocalyptic military garrison, the small detachment of Filipino troops stationed there struggling to survive extreme mental and physical desolation.” Ruiz evokes the spectral ship as an ambivalent silhouette of a shoal through his assemblage of metal, velvet, and wood. The trace that is also a monument thus settles into and becomes a reef-outpost-detritus-ark floating on a contested vastness, at once forlorn and prevailing both as saga and shipwreck.
For his part, Manny Montelibano presents the multi-channel video piece, A Dashed State, on the West Philippine Sea, which is part of the disputed South China Sea. It dwells on the atmosphere of a lush locale, particularly the sound of epics and radio frequencies that crisscross the expanse, and the vignettes of seemingly uneventful life ways of islands. The film invites discussion on the history of world making and the history of the sea in the long duration, and in relation to the histories of empires, nation-states, and regions. From the vantage point of Palawan, threshold to Borneo and the South China Sea, Montelibano films the conditions of the impossible: what makes a common sea and where do frontier and edge, melancholy and migration lie.

venerdì 24 aprile 2015

la Biennale di Venezia 56. Esposizione Internazionale d’Arte - Intervento di Paolo Baratta




La 56. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia si aprirà il 9 maggio con un mese di anticipo rispetto alle ultime edizioni. Con essa celebriamo il 120mo anno dalla prima Esposizione (1895). 

La Mostra Internazionale del curatore si estenderà nel Palazzo delle Esposizioni ai Giardini (3.000 mq) e nell’Arsenale (8.000 mq) e in aggiunta le aree esterne. 

Virtualmente intorno alla grande Mostra Internazionale del nostro curatore ruota la grande adunata delle partecipazioni straniere (89, erano 58 nel 1997), 29 delle quali negli storici padiglioni dei Giardini, 29 negli spazi dell'Arsenale dedicati ai paesi (dove continuano nuovi lavori di restauro di edifici cinquecenteschi) e il resto in edifici veneziani, dove saranno anche allestiti 44 Eventi Collaterali, presentati da soggetti non profit e ammesse dal nostro curatore. 



Le pagine inserite nella cartella stampa danno molte utili ulteriori informazioni. 

Esse contengono anche i ringraziamenti calorosi espressi oltre che al nostro partner Swatch, a varie istituzioni pubbliche, agli sponsor e alla miriade di energie applicate con grande dedizione alla realizzazione della mostra e alla sua gestione nei 6 mesi e mezzo, fino al 22 novembre. In particolare i nostri ringraziamenti vanno a Okwui, ai suoi assistenti e a tutte le grandi professionalità della Biennale. 



……………………………………. 



Ciò detto, permettetemi due parole di introduzione a questa Mostra, vista dall'interno della Biennale. 


Siamo alla 56ma edizione, la Biennale che compie 120 anni procede e, anno dopo anno, continua a costruire anche la propria storia, che è fatta di molti ricordi, ma in particolare di un lungo susseguirsi di diversi punti di osservazione del fenomeno della creazione artistica nel contemporaneo. 


Per limitarci alle ultime due: 

Bice Curiger ci portò il tema della percezione, dell'ILLUMInation, della luce come elemento autonomo e vivificatore, nonché quello del rapporto tra artista e viewer, focalizzandosi su un concetto artistico che enfatizza la conoscenza intutitiva e il pensiero illuminato, quali mezzi per affinare e accrescere le nostra capacità di percezione e quindi le nostre capacità di dialogo con l'arte. 


Massimiliano Gioni fu interessato a osservare il fenomeno della creazione artistica dall'interno, e rivolse l'attenzione alle forze interiori che spingono l'uomo e l'artista a creare immagini e a dar vita a rappresentazioni, necessarie per sé e per colloquiare con gli altri, e indagò sulle utopie e sulle ansie che conducono l'uomo all’imprescindibile necessità di creare. La mostra si apriva con l'immagine di un utopico Palazzo Enciclopedico e con il Libro Rosso di Jung. 



Oggi il mondo ci appare attraversato da gravi fratture e lacerazioni, da forti asimmetrie e da incertezze sulle prospettive. Nonostante i colossali progressi nelle conoscenze e nelle tecnologie viviamo una sorta di "age of anxiety". E la Biennale torna a osservare il rapporto tra l'arte e lo sviluppo della realtà umana, sociale, politica, nell'incalzare delle forze e dei fenomeni esterni. 

Si vuol quindi indagare in che modo le tensioni del mondo esterno sollecitano le sensibilità, le energie vitali ed espressive degli artisti, i loro desideri, i loro moti dell'animo (il loro inner song). La Biennale ha chiamato Okwui Enwezor anche per la sua particolare sensibilità a questi aspetti. 


Curiger, Gioni, Enwezor, quasi una trilogia: tre capitoli di una ricerca della Biennale di Venezia sui 
riferimenti utili per formulare giudizi estetici sull'arte contemporanea, questione "critica" dopo la 
fine delle avanguardie e dell'arte "non arte". 


E Okwui non pretende di dare giudizi o esprimere una predizione, ma vuole convocare le arti e gli artisti da tutte le parti del mondo e da diverse discipline: un Parlamento delle Forme. 

Una mostra globale dove noi possiamo interrogare, o quanto meno ascoltare gli artisti. 

Sono stati chiamati 136 artisti dei quali 89 presenti per la prima volta, provenienti da 53 paesi, e molti da varie aree geografiche che ci ostiniamo a chiamare periferiche. Delle opere esposte, 159 sono nuovi lavori. Tutto questo ci aiuterà anche ad aggiornarci sulla geografia e sui percorsi degli artisti di oggi, materia questa che sarà oggetto di un progetto speciale: quello relativo ai Curricula degli artisti operanti nel mondo. 


Un Parlamento dunque per una Biennale di varia e intensa vitalità. 

Sappiamo che evocare i fenomeni anche drammatici che caratterizzano il tempo presente vuol dire far entrare la storia. Il presente vuol essere compreso attraverso i segni, i simboli, i ricordi che la storia ci consegna e dai quali traiamo qualche disperazione, ma anche illuminazioni. Significa anche richiamare i frammenti del nostro passato, anche remoto, che non possono essere dimenticati. 


Certamente la Biennale offre un palcoscenico particolare per questa rappresentazione. Quello che si espone qui ha come fondale 120 anni di storia delle arti, i cui frammenti sono in ogni angolo e di varia natura, visto che la Biennale opera nell'Arte, nell'Architettura, nella Danza, nel Teatro, nella Musica e nel Cinema; essi sono presenti nel suo Archivio Storico, nelle immagini là custodite, nei suoi cataloghi, nei suoi edifici. Anche i padiglioni dei paesi, costruiti in varie epoche e grazie a iniziative differenti, proprio per questo creano un luogo ben diverso da quello di una expo tradizionale. È il luogo delle "immagini dialettiche" per usare l'espressione di Walter Benjamin. 


E a proposito di Benjamin, Okwui nel suo programma ricorda le parole con cui si espresse sull'«Angelus Novus» di Paul Klee.”. Ricordate? "... Ha il volto rivolto al passato; dove a noi appare una serie di eventi, vede una sola catastrofe. […] Vorrebbe fermarsi e ridestare i morti, […] ma una tempesta gli penetra nelle ali […] e lo sospinge irresistibilmente nel futuro". 


Non posso fare a meno di trasferire per un solo istante questa immagine a noi e vedere nell’espressione dell'angelo di Klee, quella di chi entra nella Biennale e osserva sorpreso e spaventato tutti i resti del passato depositati in questo luogo dove memoria, tempo e spazio si congiungono. Mi consola per contro il fatto che qui ogni due anni si rivela una nuova tempesta di energia che soffia "spingendo le sue ali verso il futuro". 


E sono ancora una volta lieto di non aver ascoltato le tristi considerazioni di chi nel 1998 mi diceva che la mostra con padiglioni stranieri era outmoded e che andava eliminata, magari mettendo al suo posto un cubo bianco, uno spazio asettico nel quale cancellare la storia, esercitare la nostra astratta presunzione, o dare ospitalità alla dittatura del mercato. 


Proprio la nostra articolata e complessa realtà ci aiuta a evitare questi pericoli. 


La grande montagna dei frammenti della nostra storia cresce ogni anno. A fronte sta la ancor maggiore montagna di quel che non fu mostrato nelle Biennali del passato. 


A questo proposito sentiamo spesso citare Aby Warburg e i suoi esercizi di comprensione. Per comprendere meglio un’opera la si affianca e la si circonda di molte altre che hanno con essa un qualche legame. Mnemosyne era il nome da lui utilizzato per questo esercizio: Mnemosyne, la dea della memoria (ebbene possiamo dire che la Biennale è una delle residenze preferite di Mnemosyne). 


In ogni Biennale la presenza a fianco del nostro curatore delle diverse voci dei curatori nei diversi padiglioni concorre a realizzare un valore importante, il pluralismo di voci. 

"Parliament of Forms". Nulla più di un parlamento deve prevedere pluralità di voci. 

Sia nelle Biennali più intimiste, sia in quelle più drammaturgicamente coinvolgenti la storia, è importante che la Mostra sia sempre vissuta come luogo di libero dialogo. 


Paolo Baratta, Presidente della Biennale di Venezia